TORTONA – I miti attraversano il tempo e possono essere rivisitati con angolazioni che riservano delle sorprese. Tra i più rappresentati c’è Antigone e quella diretta da Laura Sicignano, presentata ieri 6 febbraio al Teatro Civico, come sempre tutto esaurito, si nutre di un ritmo veloce e di una gestualità scandita e sanguigna. Alla base della tragedia di Sofocle, la contrapposizione tra la legge umana di Creonte, re di Tebe, e la legge divina-morale cui risponde Antigone, che, contro l’editto reale, dona sepoltura al fratello Polinice, morto lottando contro la città. Sono due giganti, Creonte e Antigone, paladini di un credo che non ammette debolezze, ma sono anche i due princìpi antitetici maschile/femminile. Sebastiano Lo Monaco riveste il suo Creonte di durezza, di ostentazione di autorità e maschilismo, ma ne fa anche un personaggio tormentato, un antieroe in cui albergano dovere e dolore. A lui si ribella Antigone/Barbara Moselli, priva di dubbi e contraddizioni, eroina votata al sacrificio finale. Nella traduzione della stessa Sicignano con Alessandra Vannucci il termine “uomo” è sostituito con “maschio”, il maschile si contrappone al sentire femminile e lo fa con una terminologia cruda e repressiva. Sono ben focalizzate le personalità di Ismene/Lucia Cammaleri, la sorella di Antigone, verosimile nella sua fragilità, e quella sottomessa e straziata di Euridice/Egle Doria, sposa di Creonte. Nell’allestimento del Teatro Stabile di Catania, Euridice diventa una mater dolorosa e le viene attribuito un monologo al presentimento della morte del figlio Emone (Luca Iacono, anche nelle vesti di un soldato), promesso sposo di Antigone. Diversa la gestualità maschile dei soldati-simil guerriglieri mediorientali interpretati da Silvio Laviano, Simone Luglio (quest’ultimo, nelle vesti di guardia, anche espressione della viltà cortigiana e popolaresca) e Pietro Pace. I loro movimenti sono potenti, scanditi da un ritmo che sa di violenza, di insinuazione e di cospirazione. Sono un coro con una suggestione tribale, mentre invocano gli dèi e sembrano compiere un rituale arcaico. La minaccia che traspare in ogni loro gesto raggiunge l’apice poco prima di eseguire l’ordine di murare viva Antigone, con lo spunto suggerito di una violenza di gruppo. Solo Tiresia (Franco Mirabella) emerge da ogni contrapposizione. Nelle vesti di uno sciamano, parla come un fool shakespeariano, passa da un tono buffonesco (quello dei buffoni che si permettono di rivelare il vero) a quello del vate che può solo preannunciare la tragedia.

E la tragedia si compie, i giovani muoiono e diventano l’incarnazione dell’ideale, mentre tutto intorno sembra ricoprirsi della polvere che aleggia e incombe sin dall’inizio. E’ una lettura complessa, la cui forza sta nel disegnare in modo vivido i protagonisti tragici, enormi, ma anche tangibili nel dolore e nel tormento. Su tutti un Sebastiano Lo Monaco che incarna la natura impositiva del potere, con un tormento da personaggio pirandelliano, ora dominatore e ora dominato dalla necessità e da chi lo circonda. Bella e di grande impatto la tessitura musicale della drammaturgia, intrecciata in ogni istante alle melodie originali di Edmondo Romano, da lui suonate dal vivo sulla scena. Il loro sapore è arcaico, rimandano ad un’atmosfera mediorientale, sono rese con strumenti a fiato e a percussione di foggia antica e hanno sempre un corrispettivo nell’azione scenica. Meno azzeccata, a tratti, la traduzione del testo sofocleo, che tende a quotidianizzare il linguaggio e a fargli perdere quell’aura sacrale alta che si conviene al mito.

Un grande successo al Teatro Civico di Tortona, al termine del quale Sebastiano Lo Monaco ha voluto ricordare la recente scomparsa di Donatella Rossini, una presenza costante e preziosa da tanto tempo al Civico, cui è stata dedicata la serata.