Un alessandrino in Romania ai tempi del coronavirus: “L’emergenza? Ci prendono un po’ in giro”

ALESSANDRIA – Quando è scoppiata l’emergenza sanitaria legata al coronavirus Peter Nicolosi si trovava in Romania. “Stavo svolgendo il Servizio volontario europeo“, ci spiega il 31enne di Castellazzo Bormida e da qualche tempo giramondo. Peter ha lasciato l’Italia a giugno per intraprendere un’esperienza lunga nove mesi “e molto densa. Ho fatto un percorso in cui mi sono potuto confrontare con realtà completamente diversa da quella italiana. Ho presieduto a lezioni di educazioni civica e diritti umani, mentre negli ultimi mesi ho insegnato italiano in un liceo locale che abbracciava il progetto Sve“.

Poi l’arrivo del coronavirus in Cina e l’Italia che veniva investita dai contagi diventando il terzo Paese al mondo più colpito. “La notizia è arrivata anche in Romania. Hanno seguito con attenzione quanto stava accadendo in Italia ma senza grosse preoccupazioni“, prosegue nel suo racconto Peter. Anzi, gli abitanti della cittadina in Transilvania non troppo distante da Clujun po’ mi prendevano in giro per come stavamo vivendo la situazione“. Va però detto che “non ho mai subito alcun tipo di discriminazione“. Ritenevano al contrario “che stessimo esagerando con i provvedimenti di isolamento e contenimento presi al Nord. Questo non vuol dire che non ci stessero vicini“.

Solo dei sani sfottò insomma. “Quando scoprivano che ero italiano mi dicevano subito ‘coronavirus’ facendo finta di scappare, poi però mi abbracciavano e chiacchieravamo tranquillamente senza pregiudizi“, precisa ancora il 31enne di Castellazzo. Che è stato anche intervistato da un giornale locale all’aeroporto di Cluji quando martedì 25 febbraio stava per imbarcarsi e tornare così in Italia: “Mi chiedevano se avevo paura a tornare in Italia. La mia risposta? Che l’unica paura che avevo era per i politici che amministrano il Paese che amo“. Certo in aeroporto ha visto “alcune scene di psicosi. C’erano viaggiatori con la mascherina o che lasciava addirittura aperti i rubinetti dei bagni per non toccare le manopole“.

Ma come si spiega l’unico caso in Romania rispetto alle centinaia trovati in Italia? “Abbiamo semplicemente fatto più tamponi alla ricerca del virus. In questo siamo stati molto bravi e ligi per arginare l’emergenza. Dallo scoppio dell’emergenza da coronavirus non ho mai visto in Romania task force sanitarie o centri dove si fanno tamponi come sono stati fatti nel nostro Paese“, conclude.