Perché il coronavirus può essere potenzialmente pericoloso anche per chi non lo contrae

PIEMONTE – “Tanto il coronavirus è pericoloso solo per chi è anziano o chi ha altre patologie. Se stai bene è come una normale influenza“. Quante volte abbiamo sentito dire o letto sui social questa frase? Tante, troppe. Senza contare che questa affermazione contiene al suo interno enormi inesattezze. Partiamo subito con alcuni dati legati al Covid-19 che i medici da tastiera che stanno affollando internet in questi giorni non conoscono o non vogliono conoscere.

Secondo gli studi portati avanti dall’Organizzazione mondiale della sanità in questi mesi, tenendo conto unicamente dei casi confermati di positività al coronavirus provenienti da tutto il mondo, si evince che nelle fasce d’età 10-19 anni, 20-29 anni e 30-39 anni il tasso di mortalità è dello 0,2%. Sale allo 0,4% nella fascia 40-49 anni, all’1,3% in quella 50-59 anni, al 3,6% in quella 60-69 anni, all’8% in quella 70-79 anni e al 14,8% tra gli over-80. L’assenza di malattie pregresse fa calare il tasso di letalità di uno 0,9%. I soggetti più a rischio sono quelli con malattie croniche: cardiovascolari ha una incidenza del 10,5%, chi soffre di diabete del 7,3%, chi di malattie respiratorie del 6,3%, chi di ipertensione del 6% e chi è malato di cancro del 5,6%.

In Italia, dove si è superato nella giornata del 10 marzo i 10 mila contagi da coronavirus, i dati raccontano una storia leggermente diversa. Secondo i numeri forniti dalla Protezione Civile relativi alla mortalità a seconda delle fasce d’eta sono del 2% nelle persone che hanno tra i 50 e 59 anni, l’8% tra 60-69, il 32% tra 70-79, il 45% tra 80-89 e il 14% oltre i 90 anni. Ma può il Covid-19 essere pericoloso per tutti? La risposta è sì e il motivo ce lo aveva spiegato in una precedente intervista la virologa e microbiologa Marisa Gariglio dell’Università del Piemonte.

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Se il virus dilagasse sarebbe un problema a livello di gestione ospedaliera più che di mortalità stessa da coronavirus. Perché le intere risorse del sistema sanitario nazionale andrebbero a curare una percentuale pari al 22% di casi più gravi saturando le strutture e creando problematiche non indifferenti“, ci aveva spiegato. Questo a scapito quindi di chiunque accedesse all’ospedale per patologie o problematiche diverse dal Covid-19. “Il vero problema è che richiede un tasso di ospedalizzazione abbastanza elevato e che si aggira intorno al 10-15% e in un 5% richiede un trattamento in terapia intensiva“, aveva aggiunto. Parole che fanno seguito a quelle dette da molti rianimatori in svariate trasmissioni televisive e interviste giornalistiche e che proviamo a riassumere con poche parole.

Il concetto di per sé è abbastanza semplice. Se un 5% di pazienti affetti da Covid-19 necessita di un trattamento in Terapia Intensiva questo porta a un esaurimento di posti letto, risorse e strumentazioni. Soprattutto nel caso in cui i contagi dovessero ancora aumentare andando a colpire una fetta ancora maggiore di popolazione. Perché le Terapie Intensive e gli apparecchi di respirazione assistita e meccanica non sono a disposizione unicamente dei positivi al coronavirus. “Questi macchinari servono anche per chi ha un incidente, chi ha subito un’operazione, chi ha avuto un infarto o un ictus. Se le cose dovessero andare avanti in questo modo dovremmo adottare protocolli di guerra e stabilire chi salvare e chi no. E questo non lo vogliamo“, hanno detto i rianimatori. La soluzione quindi è una sola. Restate a casa, blocchiamo il diffondersi del virus e poi torniamo a fare la nostra vita. Basta poco per aiutarci (inteso come esseri umani) a vincere questa battagli.

Photo by Daan Stevens on Unsplash