Un uomo giusto. Recensione di “Gino Bartali. Eroe silenzioso” a Cunté Munfrà

CERRO TANARO – “Il bene lo si deve fare ma non lo si deve dire, che se lo dici si sciupa”.  E’ stata la duecentocinquantesima replica di “Gino Bartali. Eroe silenzioso”, quella di ieri  3 dicembre nella Confraternita della SS.Trinità di Cerro Tanaro, con tanto di torta per il festeggiamento. Lo spettacolo di Luna e Gnac Teatro con Federica Molteni ha fatto tappa a Cunté Munfrà, la rassegna “dal Monferrato al mondo” organizzata da Casa degli alfieri/Archivio Teatralità Popolare e diretta da Massimo Barbero. Proprio in questi giorni Cunté Munfrà, che fu ideata 21 anni fa da Luciano Nattino, è stata confermata dalla Regione come il più importante progetto di valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale piemontese. Il prossimo appuntamento sarà in clima già natalizio: mercoledì 7 dicembre a Casorzo sarà in scena Antonella Enrietto in “Santo Bucato”, la storia della natività raccontata da una lavandaia.

Quest’anno la rassegna si era aperta proprio a Cerro Tanaro con “Il campione e la zanzara” di Faber Teater, uno spettacolo di strada in bicicletta sull’epica del ciclismo, e ieri con “Gino Bartali. Eroe silenzioso”, Federica Molteni ha narrato la storia di un altro campione, le sue imprese ciclistiche, ma soprattutto la sua statura di uomo. Il monologo è tratto dal romanzo “La corsa giusta” di Antonio Ferrara (editrice Coccole Books) e racconta la vita del campione, dalla passione per la bicicletta, per le strade lunghe e le salite, alle gare e infine al suo ruolo, nella rete del Cardinale Elia dalla Costa, Arcivescovo di Firenze, di corriere di documenti falsi per far espatriare gli ebrei perseguitati. Durante le corse di allenamento tra Firenze e Assisi, Bartali nascondeva nel telaio sotto il sellino della sua bici “le voci degli ebrei” e continuò a correre il rischio anche dopo l’interrogatorio e la detenzione nella temuta Villa triste di Firenze, luogo sinistro dove i fascisti del Reparto Servizi Speciali, al comando di Mario Carità, torturavano i dissidenti. Non fece mai parola di tutto ciò, se non in tarda età, perché convinto, nella sua ferma rettitudine di uomo che sapeva da che parte stare, di aver solo fatto la cosa giusta.  Federica Molteni parla con la voce di Gino, dall’accento toscano e dal tono rauco. Parte proprio da quella sfumatura gracchiante di voce, causata da uno scherzo dei compagni di gioco che lo seppellirono sotto la neve, per raccontare di un’infanzia di povertà come tante che non tarda però a rivelare una passione e un dono precisi. Intorno a lui una famiglia e un paese, il negozio dove si riparavano le bici e l’intera nazione, unita dalla passione per il ciclismo agonistico, lo sport più seguito di quegli anni. La protagonista, diretta da Carmen Pellegrinelli, interpreta una vita singola, nella sua evoluzione e nelle sue sfumature, e, parallelamente, una vicenda corale appartenente alla Storia con la maiuscola. Si ritrova la coralità nella dimensione del paese, nel macellaio, che regala a Gino che si allena la bistecca-rinforzo, o nei compaesani che commentano le sue prime imprese. La grande Storia prende corpo con la propaganda fascista, che coinvolge lo sport e lo stesso protagonista, che mai prese la tessera del fascio. Federica Molteni cambia voce e si moltiplica in tanti personaggi, ricrea un’epoca con l’arte della narrazione; con l’uso di un megafono rende concreto lo spirito del tempo, l’interesse per il ciclismo e la propaganda fascista. Pedala su una sedia che diventa bicicletta e si addormenta con una mano sul manubrio, mentre l’ombra della bici è proiettata sul fondale, come riflessa dalla luna (la scenografia è di Michele Eynard). Il registro è lirico quando descrive l’amore di Gino per la bicicletta, persino per l’aria che le passa attraverso, diventa divertente con il goffo corteggiamento del giovane verso la sua Adriana, rimane sempre aderente alla personalità schiva e semplice del protagonista.

Bravissima Federica Molteni (già apprezzata in estate, sempre a Cunté Munfrà, in “Crape de legn – vita da burattinai”, prodotto da casa degli alfieri e Luna e Gnac) e notevole la scrittura drammaturgica che sviluppa il corso di una vita nel suo passare attraverso la storia e nel lasciare un segno. Nel 2013 Gino Bartali è stato dichiarato «Giusto tra le nazioni» dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’Olocausto, per aver salvato centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra mondiale e la sua statura di uomo giusto è tale da superare persino quella di grande campione.