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NOVI LIGURE – Sull’ex Ilva di Novi l’ultimo incontro tra i sindacati e l’azienda sulla proroga della cassintegrazione covid per sei settimane si è concluso col mancato accordo. Tanti i nodi ancora da sciogliere tra Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, insieme alle rsu, con la dirigenza di ArcelorMittal. 

“L’azienda” hanno riferito le parti sociali “dopo aver illustrato il programma produttivo fino ad inizio 2021, ha detto no alla richiesta di anticipare il premio previsto a fine anno, propedeutico all’integrazione delle tredicesime che i lavoratori percepiranno decurtate, oltre alle richieste di ottemperare ad impegni già presi in precedenza di manutenzione e installazione delle caldaie”.

I sindacati hanno poi manifestato più di una perplessità sulla prospettiva presentata dall’azienda rispetto a due settimane di fermata a fine anno: “Graverebbero ancora una volta sul personale di produzione. Abbiamo proposto un accordo su tre settimane che consentisse alle parti di rivedersi nel mese di dicembre per discutere i programmi produttivi e manutentivi per le ulteriori tre settimane”. La proposta, però, non è stata presa in considerazione dall’azienda, che ha invece chiesto di firmare per tutte e sei le settimane.

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“La multinazionale ArcelorMittal utilizza tutti gli ammortizzatori a sua disposizione e senza contributi, senza dare disponibilità di investire un euro negli impianti, per i dipendenti o per garantire il futuro dello stabilimento” hanno sottolineato i sindacati “il fatto che in questi giorni stiano andando avanti le trattative tra Invitalia e multinazionale fa pensare che ArcelorMittal stia attendendo l’entrata del capitale pubblico per spendere i soldi necessari al mantenimento e funzionamento produttivo. Dato che l’impegno assunto dalla multinazionale negli accordi sottoscritti nel 2018 erano altri e prevedevano l’investimento di capitali privati non riteniamo più accettabile un comportamento simile da parte di un colosso, che nonostante il covid avrebbe le risorse per almeno fare le manutenzioni essenziali”.

“L’esempio più lampante” hanno concluso Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, insieme alle rsuè quello delle caldaie per il riscaldamento che sono in attesa di pagamento per essere installate o di impianti che, come già detto nelle sedi istituzionali, necessitano di manutenzione per la sicurezza dei lavoratori ed il funzionamento degli impianti. Con il mancato accordo abbiamo voluto dare un segnale chiaro alla multinazionale che non può proseguire con questi comportamenti”. 

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