Cronaca - Alessandria - Pavia

Coming out e outing: la fatica del dire e la violenza di chi dice troppo

RADIO GOLD – Nella giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia parliamo di “coming out” e “outing“. La scienza ha dato tutte le risposte possibili eliminando ogni sponda a discriminazioni del tutto infondate, e il 17 maggio 1990 l’omosessualità è stata tolta dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Eppure ancora oggi le discriminazioni i giudizi sociali le subdole ironie serpeggiano ancora nei confronti di chi è etero. Per questo è necessario ancora oggi parlare di questi argomenti. (In copertina foto realizzata con Ai)

Questa è una giornata importantissima, cade nel 17 maggio, quindi la giornata internazionale contro l’omo lesbo transfobia, per essere completi. E cade proprio questo giorno perché il 17 maggio del 1990 è stata la data in cui l’omosessualità è stata cancellata dalla lista dei disturbi mentali dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quindi è stata una data storica importantissima perché proprio il comitato scientifico internazionale ha riconosciuto un gravissimo errore che era stato fatto in campo scientifico. In realtà è già nel 1973 l’American Psychiatric Association aveva derubricato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali e l’APA è l’istituto scientifico più importante al mondo, però ci sono venuti voluti ben 17 anni perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne prendesse davvero atto. Quindi è stato un processo molto lungo e come psicologa ecco, ci ci tengo tantissimo a questo tema perché è proprio un esempio storico di come anche l’ambito scientifico non sia sempre neutro, cioè c’è sempre un condizionamento magari di impliciti sociali, morali che rendono ciechi o con uno sguardo viziato rispetto a un fenomeno.

Intanto è successo questo perché in passato, proprio per i modelli culturali molto più legati alla religione o comunque alla moralità si leggeva l’omosessualità come un peccato, come una perversione e in questo, ahimè, la salute mentale ha fatto il gravissimo errore di andare in questa direzione  senza prima verificare qualcosa perché non c’era questo modo di di fare ricerca nel metodo scientifico. Invece poi evolvendo il modo di fare ricerca e studi scientifici si è andati in profondità. La storia dell’evoluzione ha portato alla depatologizzazione nei manuali diagnostici statistici, si è preso atto che non c’era alcun fondamento scientifico. Quindi a oggi, da 36 anni, la scienza ha proprio questo statement, quindi una dichiarazione ufficiale basata su miliardi di dati scientifici che dice che l’omosessualità è una variante naturale della sessualità umana. Quindi chiunque senta, diciamo, una perplessità rispetto a questo, deve sapere che non sta avendo un dibattito ideologico dove ognuno la pensa in un certo modo, ma deve confrontarsi con dati scientifici ritenuti inattaccabili perché c’è talmente tanto materiale.

Il dibattito quindi non può cadere in un confronto da bar, ma deve rimanere anche centrato su quello che è ampiamente dimostrato. Quindi in questo senso la salute mentale ha un debito, cioè adesso deve rimediare al danno fatto perché ha contribuito a creare stigma, discriminazioni nella cultura. Adesso c’è bisogno invece di correre per recuperare. Cioè di occuparsi di quello che davvero crea malessere, che è il giudizio sociale, lo stigma sociale. Quindi si lavora più su quello ad oggi.

Perché c’è questa ostinazione da parte di una fascia abbastanza importante di popolazione nei confronti di queste persone?
Allora, io credo che dobbiamo distinguere due piani diversi. Da un lato quella forse più riconoscibile, più evidente è l’omofobia, l’omolesbobie, transfobia per essere completi. Quindi una forte avversione esplicita che diventa violenta contro le persone che non rispecchiano il modello di persona eterosessuale. Quindi un conto è questo tipo di avversione esplicita, che è ad esempio quello che sta dietro all’insulto esplicito, a una grande svalutazione. E questo proprio perché c’è questo c’è questa forte adesione allo stereotipo, a come deve essere la sessualità giusta, sana, unica e tutto quello che si discosta da quel modello è visto come peccato, come malsano, come perverso e questo credo colpisca soprattutto quelle persone che hanno un modo di pensare la sessualità molto concreto. Quindi la sessualità procreativa, la biologia come unico elemento su cui basare l’interaesistenza, ma è la stessa organizzazione mondiale della Sanità che parla di sessualità in modo molto più complesso, cioè non c’è solo la procreazione, ma c’è anche ad esempio il piacere e l’affettività e sono comunque dimensioni della sessualità assolutamente normali di cui anche la natura ci ha dotati, ecco, e che possono essere esplorate, quindi non deve essere per forza tutto insieme e quindi tanto la dimensione su cui stiamo andando. Di solito c’è una visione un po’ di di questo tipo ed è quello che porta all’insulto esplicito solitamente.

C’è poi un altro aspetto che in realtà riguarda la maggioranza della popolazione che è un po’ più velato, un po’ più sottile che è quello dell’eteronormatività, cioè quel insieme di modelli culturali che ci portano a dare per scontato che la sessualità sia etero e che la persona sia che gender, cioè proprio questo modello e si fa fatica a immaginare che ci possano essere delle alternative. Quindi è proprio questo dare per scontato, questo creare uno stereotipo, un pregiudizio e quindi quando qualcosa si discosta o non viene pensato, quindi c’è un’invisibilizzazione, oppure poi viene sottilmente svalutato, screditato, ma difficilmente contrastato con violenza. Ma qui lo dico perché la maggior parte delle persone secondo me si riconosce in questo, è più subdolo e spesso anche inconscio.

C’è una sorta di condiscendenza, quasi di superiorità, possiamo dire così.
Assolutamente, perché c’è la cosa giusta che va per la maggiore e poi ci sono queste variabili che non sono considerate e che magari rispetto all’insulto esplicito fanno dire la solita formula che spesso si sente, no, “ma io ho tanti amici gay“, ma poi c’è sempre un “ma” e di solito riguarda il fatto che certe cose devono rimanere nel privato e non avere visibilità o che va tutto bene finché poi non si pretendono dei diritti. Ecco, quindi c’è questa accettazione relazionale, però magari a livello poi sociale, a livello di riconoscimento di un posto nella società e quindi dei diritti a livello legale delle e dei modelli ulteriori culturali vengono un po’ svalutati visti come serie B C o Z. Ecco, quindi è qualcosa di più sottile e riguarda proprio le lenti con cui siamo stati cresciuti per leggere la realtà, cioè si dà proprio per scontato, si fa la domanda beh, ma chi è come si chiama la tua fidanzata? Ne deriva che la classica replica diventa poi “eh no, veramente io…”, ecco è sempre un andare a correggere un’aspettativa implicita dicendo: “No, veramente io ho quest’altro tipo di di affettività o quest’altro tipo di relazione“.

Però come riconosciamo questo aspetto di noi che ha quel dito puntato su queste persone, secondo te?
Ma credo esattamente così, cioè nel momento in cui la identità sessuale di una persona diventa una condizione per cui si esprime poi un giudizio o una esclusione rispetto a certi diritti. Cioè nel momento in cui diventa una variabile che differenzia le persone c’è un problema perché dovremmo essere tutti uguali, no? Di fronte ai diritti, di fronte alla legge, invece questo crea del dissenso, ecco, crea delle distinzioni sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere, quindi questa è discriminazione omofobica.

Questo poi pone un problema, cioè la necessità di dichiarare proprio questa differenza, no, che è normale, dicevamo, che però occorre, come dire, permettimi il termine forse sbagliato, ostentare o comunque spiegare alle persone perché c’è questo dito puntato, quindi coming out e outing, che cosa sono e perché bisogna farlo e come farlo?
Allora, intanto partiamo dalla differenza perché spesso si fa confusione su questi termini. Coming out of the closet sarebbe quindi uscire dall’armadio in inglese il termine completo. Comunque il coming out è il processo di svelamento di sé dell’identità sessuale che la persona fa scegliendo di raccontarsi. Quindi è una libera scelta volontaria in cui la persona sceglie il tempo giusto, sceglie il contesto che sente sicuro e a quel punto si dichiara. Ecco, invece l’outing è lo svelamento da parte di terzi dell’identità sessuale reale o presunta di un’altra persona senza il suo consenso. Quindi è una gravissima violazione della privacy che ha dei gravi effetti sulla salute mentale della persona perché intanto la si espone senza aspettare eventualmente i suoi tempi, magari creando anche un un fraintendimento, perché non è detto che sia realmente così. E ovviamente questo espone tantissimo la persona su un aspetto estremamente privato, intimo del modo di vivere l’identità, la sessualità, il corpo. E questo ovviamente espone a un occhio magari critico o giudicante che la persona non è ancora pronta ad affrontare. Quindi l’outing è una forma di violenza e quindi bisogna sapere, avere in mente quale può essere la conseguenza sulla sulla persona. Va sempre rispettato il processo individuale. Questo perché nel coming out c’è prima una fase di coming out interiore. È la persona che a un certo punto della sua vita, solitamente dopo la pubertà, inizia a sentire una diversità rispetto al modello che va per la maggiore. Devo dire che le nuove generazioni hanno fortunatamente intrapreso una rivoluzione culturale che c’è stata negli ultimi decenni, quindi hanno già più modelli disponibili, ma questo non rende assolutamente sicuri tutti i contesti. Assolutamente. Quindi c’è prima questo processo interiore dove la persona prende contatto con i propri vissuti, una attrazione che inizia a sentire per chi non si aspettava fosse oggetto di investimento, inizia a viversi in un certo modo, appunto, diverso da quello che è l’aspettativa.

Dobbiamo eliminare la narrazione che questa cosa è sempre dolorosissima perché non è detto, cioè per alcune persone può essere doloroso e lì probabilmente perché all’interno della famiglia, delle esperienze si sono sentite sempre delle critiche molto aspre, dei giudizi molto cattivi, ecco. Oppure può essere semplicemente prenderne atto. Quindi prima c’è questo processo interiore dove la persona si riconosce, cioè legittima quello che sente e a quel punto può anche giocare con le etichette esistenti come se fossero specchi, cioè vedere le etichette possibili, le varie lettere LGBT, plus QI, AP plus, eccetera e vedere usandole proprio come specchi quale magari riflette qualcosa di sé. Ecco, quindi che non siano delle gabbie le etichette e che non ci sia fretta di appiccicarsi un’etichetta addosso. Questo è molto importante, però è anche attraverso i modelli sociali, culturali che la persona può sentire vicinanza o distanza rispetto a altre esperienze che vengono un po’ più strutturate a livello culturale. Poi c’è chi invece non vuole usarle, benissimo, cioè ognuno nel suo processo di costruzione identitaria fa un po’ quello quello che vuole. Solo dopo che è avvenuto questo coming out interiore, allora ci può essere un coming out esteriore, quindi condividere con le altre persone. Ecco: come farlo.

Però partiamo da questo presupposto: nella migliore società possibile questo percorso interiore forse non andrebbe fatto.
Ma si tratta comunque di riconoscersi, cioè intanto fino adesso stato associato a tutta la non eterosessualità, ecco perché nessuno fa coming out e dice “Ah, io sono etero”. Invece è come se nella mia testa forse tutti dovremmo farlo, no? Perché non lo sappiamo. Poi quando iniziamo a sentire attrazione, avvicinamento, così, se proprio c’è bisogno di definirsi, perché io penso anche che si può non fare questa cosa, allora lo si fa. Quindi bisogna fare quel percorso di pratica interiore, porsi interrogativi, domande a sé stessi sostanzialmente. Anche proprio per legittimarsi, cioè per dirsi semplicemente “ok, non sono fatta così, non sono fatto così, quindi io chi sono? Il fatto di avere un’etichetta a cui potersi appoggiare”. Si tratta di un riconoscimento identitario. Poi non tutte le persone ne hanno bisogno. Insomma, nell’universo delle identità, l’identità sessuale è una dimensione dell’identità, non è l’unica. Per alcune persone è molto importante, per altre assolutamente no. Quindi chi vive l’identità sessuale, come molto importante, ci investirà, vorrà magari darsi un nome. Chi non la ritiene importante, magari non sentirà questa esigenza, ha l’identità, insomma, un pochino più concentrata su altre dimensioni di vita. Ognuno fa un po’ quello che desidera, che vuole.

Coming out: come farlo secondo te, perché poi ci sono i familiari, gli amici, colleghi, ambiti differenti. Come comportarsi?
Non c’è un unico modo, ovviamente. Credo che l’importante sia sempre garantirsi un contesto sicuro. Quindi, innanzitutto, bisogna capire qual è la persona che si sente più vicina, più aperta a queste tematiche, proprio perché per il mondo in cui viviamo, ma anche quello che possiamo sentire nella cronaca, ecco, il rifiuto sappiamo che è una reazione possibile, questo lo sentiamo quotidianamente, e quindi andare per iniziare, ecco, dalla persona che è meno probabile ci rifiuti per questo diventa fondamentale. Io credo che sia importante iniziare a sondare, ad esempio, se si sceglie di farlo prima in famiglia, di solito si va con gli amici, amiche prima, se si sceglie di farlo in famiglia, credo che l’ideale sia sempre iniziare a tassare il terreno e quindi iniziare magari a commentare qualcosa di un cantante, una vip, serie televisiva, eh qualcosa sentito in TV, cioè iniziare a prendere alla larga personaggio di un libro e vedere un po’ come reagisce. Non in tutte le famiglie va così assolutamente, però può esserci questo dubbio. Diciamo che fortunatamente se la famiglia ha già per la sua rete sociale dei contatti con parenti, perché in tutte le famiglie c’è lo zio di cui non si parla mai, c’è sempre, ecco, questa cosa, nel momento in cui c’è questo contatto, questo è quello che sicuramente è più semplice, cioè usare il contatto sociale, relazionale proprio per appoggiarsi a una persona che già è nella rete di conoscenze e che si sa non essere la persona cattiva, il mostro, la persona pervertita. È una persona che ha quella caratteristica riguardo la sessualità e va benissimo così, quindi può essere un buon modo di sondare. Diciamo che questo deve far alzare le antenne ai genitori, no? Quindi capire che quella è un’area di esplorazione. E allora qui è molto importante che ci sia assolutamente un atteggiamento accogliente o delle domande per capire, ma non diretta, ma mi stai dicendo che sei gay, mi stai dicendo che sei lesbica, no, perché questo sarebbe outing e quindi diventa un qualcosa di violento. Bisogna iniziare a sondare e a stare sull’oggetto del discorso che è stato preso come mediatore, ecco, come mediazione per iniziare a parlare di queste tematiche.

Però ci sono anche le situazioni che forse sono più problematiche ancora. Situazioni in cui si nega, i genitori negano, cioè cercano di nascondere tutto e quindi ti trovi di fronte a questo muro che forse è peggio.
Assolutamente. Anche perché lì di solito in famiglia iniziano una serie di manipolazioni, di punizioni, dei condizionamenti, quindi a parte dei veri e propri ricatti emotivi. È il motivo per cui ho parlato della necessità prima di sondare la sicurezza. Cioè il coming out va fatto solo nei contesti in cui si pensa ci possa essere sicurezza. Non sempre la previsione va come ci si aspetta, però a quel punto è molto molto importante avere una rete sociale. Se il contesto familiare è ostile, io suggerisco caldamente di rivolgersi proprio a professionisti, professioniste della salute mentale che hanno una formazione specifica in quei temi o di appoggiarsi anche cioè e o forse e è meglio alle associazioni LGBT che lavorano proprio per creare una comunità che offre tutela e protezione ehm proprio per avere un contesto sociale in cui si è esattamente accettati accettate per chi si è e non c’è questo condizionamento, questa variabile. L’amore di un genitore dovrebbe essere incondizionato. Poi sappiamo che non è sempre così e non solo per questo tema. L’immagine del figlio o figlia che non è come mi piace, porta a svalutare oppure ad attaccare perché deve gratificare il mio narcisismo genitoriale. Invece il figlio o la figlia sono una persona a sé. Nessuno si sceglie i genitori, nessuno si sceglie i figli. Poi i genitori dovrebbero perseguire il bene del figlio teoricamente, quindi voglio dire se la dimensione è quella, devi assolutamente fare in modo che ci sia poi quel rispetto necessario. Il che non significa aspettarsi che i genitori da subito capiscano, da subito sostengano al 100%, perché ricordo che c’è stato il coming out interiore, cioè la persona si è data al tempo per conoscersi, per legittimarsi, per riconoscersi e quindi c’è un tempo interno che è stato necessario per arrivare a riconoscimento. Quindi se io mi sono presa il tempo, non è che vengo da te e mi aspetto che tu subito dica “ok”, cioè sarebbe bello la situazione ideale, sarebbe anche falso, probabilmente, no? Dipende dalle situazioni, però molto spesso potrebbe essere un po’ ipocrita e quindi è sicuramente più interessante che ci sia un percorso anche nei confronti da parte di chi riceve queste comunicazioni. Io penso che l’autenticità sia sempre importante, cioè un genitore autentico, anche se dice, “Guarda, questa cosa ammetto che mi mette un po’ in difficoltà perché è qualcosa che io non avevo considerato, non capisco, sento che mi muove dei pregiudizi, però tu sei sempre mio figlio, mia figlia, io sarò sempre dalla tua parte, io ti voglio bene“, devi darmi un attimino di tempo perché io digerisca un attimo tutto questo. Ecco, cioè questo deve essere chiaro da entrambe le parti, ma non è che bisogna per forza o accettare o buttare fuori di casa, no? Cioè ci sono delle variabili, cioè la relazione deve reggere anche quando c’è qualcosa che non rispecchia il desiderio, indubbiamente.

Ecco, tu però mi stai dicendo che in pratica è forse fondamentale fare coming out, no? Perché sennò si vive con questo macigno interiore in un contesto familiare o di amicizie o di lavoro, magari. Allora, il coming out proprio a livello di salute mentale diventa un passaggio importante perché consente un allineamento tra come la persona si sente, vive e come si presenta nel mondo, come si relaziona. Quindi se c’è questo allineamento, la persona sta bene. Se c’è bisogno invece di troncare quello che la persona sente con come si presenta e quindi creare una falsa immagine di sé, questo produce una dissociazione tra l’immagine che do, il racconto che do e come mi vivo. E in psicologia la dissociazione non è mai una buona cosa, cioè non va a braccetto con la salute mentale, serve un senso di continuità. Poi che questo non si possa fare in ogni contesto è verissimo, quindi non è detto che la persona insomma faccia coming out in ogni dimensione di vita, però diventa qualcosa di importante proprio per la salute mentale e poi è anche sicuramente un atto politico che diventa importante fare, ma non per fare politica nel senso di partito, ma per lavorare proprio su quel posto nel sociale, nella rappresentazione di quelle che possono essere le possibilità di esistenza che bisogna continuare un po’ a conquistarsi perché al momento non siamo messi benissimo a livello di diritti, cioè ce lo dice l’ILGA che è un istituto un’associazione che si occupa proprio a livello europeo dei diritti delle persone LGBT plus e ogni anno c’è una classifica viene fatta una mappa con colori diversi dal verde brillante a i paesi che promuovono bene i diritti delle persone LGBT al nero. Per i paesi che assolutamente non promuovono. Si passa dal verde al rosino, rosso, bordeau, nero. L’Italia è messa malissimo, è in fondo alla classifica insieme ad alcuni paesi. Quindi questo ci dice che abbiamo proprio bisogno anche di politiche sociali, ma indipendentemente da questioni di partito che aiutino la salute mentale di una grande categoria sociale, perché comunque non sono poche le persone LGBT, quindi c’è proprio bisogno di andare a fare spazio all’interno delle rappresentazioni sociali e anche all’interno del diritto.

Ma perché la gente si pone questo problema della sessualità altrui e deve appunto puntare il dito, giudicare? Qual è il motivo? Non invade la tua sfera privata, ma perché uno deve preoccuparsi così tanto?
Perché esiste un tabù sociale rispetto all’argomento sessualità. Finché si parla di sessualità in un certo modo ordinato che anche rispecchia certe tradizioni, noi siamo un paese dove il cattolicesimo ha un’influenza incredibile, quindi questa è una variabile da considerare rispetto ad altri paesi europei. Abbiamo un retaggio culturale che vizia molto lo sguardo rispetto alla sessualità “immorale”, peccaminosa e questo ovviamente influenza tanto. Quindi, finché si parla di sessualità in un certo modo, va bene. Quando si scavalla quel confine invisibile, perché non è così esplicito, allora emerge un fastidio proprio perché si vanno a mettere un pochino più in disordine le categorie sociali molto ordinate. Io ci tengo a dire questo, che vorrei smascherare: una manipolazione linguistica che secondo me deve finire, cioè dobbiamo smettere di utilizzarla. Per me è incredibile come vengano tacciate, vengano accusate come portatrici di pensiero unico tutte le parti che vanno a promuovere la pluralità di modelli a cui si può aderire, quindi a parlare delle diversità che ci possono essere nel modo di vivere la sessualità, le identità sessuali. Chi promuove tanti modelli possibili viene tacciato come pensiero unico, portatore di pensiero unico. E chi fa questo? Chi dice che c’è un solo modo di vivere la sessualità nel modo corretto, nel modo giusto, nel modo moralmente accettabile. Ecco, questo in psicologia sociale si chiama proiezione difensiva, cioè accuso te di usare un meccanismo che in realtà sto usando io e questa è una manipolazione di cui io sinceramente sono un po’ stufa, ecco, cioè dire pensiero unico quando io dico che c’è un solo modo e tu dici che ce ne possono essere tanti, anche basta. Quindi credo che il punto sia questo, cioè uscire un po’ da modelli preconfezionati che dicono che c’è un solo modo giusto e tutto il resto è sbagliato. Fare un grande bagno di umiltà culturale, che porta a riconoscere che il mio modo di vivere non è magari l’unico giusto, ma che ci possono essere anche altre esperienze di vita, sapendo che questo non va a minare me, a meno che io non viva il modello in cui rientro come una gabbia in cui mi sono inserita e quindi mi dà fastidio che gli altri escano e siano fuori dalla gabbia. Io da dentro la gabbia dico “No, non va bene che voi siete fuori dalla gabbia”. Bella dimensione. Ecco, uso questa immagine per dire che questo astio, questo fastidio che diventa quel punto omofobico, ha in realtà una serie di imbrigliamenti sociali da cui quelle stesse persone forse hanno bisogno di liberarsi se la vivono così male.

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