19 Giugno 2026
09:46
Addio Igor: campione di un calcio romantico
RADIO GOLD – Se esiste il calcio è perché ci sono state persone come Igor Protti. Igor era un bomber vero. Voleva la palla, cadeva, si rialzava e poi segnava. Capelli lunghi, mossi, inqueti, come le sue movenze e quel feroce desiderio di vedere un qualunque angolo di porta dove infilare il pallone. Igor era quel giocatore che un tifoso non può non amare perché incarnava il senso che ogni tifoso dà alla maglia.
Semplice come il calcio, quello di una volta, pochi orpelli, pochi sponsor, squadre attorniate da tifosi innamorati pazzi anche senza successi. Igor era un campione immenso che probabilmente quello sport che lui stesso amava non ha mai capito. Igor era un campione “di provincia” ma tutto tranne che provinciale. Ovunque andasse era un idolo, uno Zar. Un ribelle dell’area di rigore, quella persona che non potevi atterrare. Avrebbe meritato trofei di ogni tipo ma aveva scelto di ricevere tutte le palle possibili, di essere sempre protagonista, di rimanere ai bordi del calcio che conta, forse, ma sempre in mezzo alle persone che lo adoravano. Se volete capire chi era Protti dovete andare a vedere il tifo di una delle squadre che non lo dimenticherà mai: il Bari. I biancorossi in serie A facevano caterve di gol grazie a lui e, nonostante questo, i Galletti furono condannati alla retrocessione. Lo stadio San Nicola, l’ultima giornata di campionato, quando la serie B era l’amara destinazione da tempo, si riempì, solo per spingere Igor a segnare gli ultimi gol necessari per vincere la classifica dei capocannonieri della serie A. Nonostante una retrocessione, nonostante una squadra in difficoltà, nonostante i big di una categoria piena di campioni quell’anno, 1994-1995, Igor fece 24 gol, come Beppe Signori ma Signori, nella Lazio, beneficiò di una marea di rigori. Igor invece le reti se le andava a prendere. Igor faceva il “trenino” a ogni gol segnato, faceva innamorare la gente, faceva cantare le persone, dava felicità. Pugno alzato, denti digrignati, palla raccattata dal fondo della rete dopo i gol per tentare di ribaltare il risultato. Protti avrebbe meritato la Nazionale, ma gli fu negata, senza un senso. Lui lo sapeva ma non fece rumore. Faceva parlare le sue palle in fondo al sacco. Se fosse stato Azzurro sarebbe stato celestiale. Ma lui amava il verde dei campi da calcio e lì era un campione indiscutibile. Igor è stato consumato da un male incurabile. L’unico che poteva sconfiggerlo. Ma in realtà i campioni non possono essere sconfitti perché a Bari, Livorno, Messina, a Roma con la Lazio non c’è un tifoso che non ricordi il suo pugno alzato. Igor se n’è andato ma è ancora negli occhi di chi ama il calcio vero, quello del “datemi la palla che ci penso io“. Igor non poteva andar via come le persone normali, poteva solo andare via da campione, combattendo e poi perdendo, apparentemente. Perché alla fine la sua idea ha sempre vinto e sarà sempre sugli spalti di campi meno altisonanti ma sempre assordanti. Ciao Igor e grazie davvero.