27 Luglio 2026
08:54
Finisce un piccolo mondo in “Sorelle…”, l’ultimo lavoro di Casa degli alfieri
CALAMANDRANA – E’ con il debutto nazionale di “Sorelle – O della fine del mondo”, l’ultimo lavoro di Casa degli alfieri, che è terminato, ieri domenica 26 luglio, il Festival Teatro e Colline – alfieri nel Borgo Unesco, organizzato dal comune di Calamandrana con la direzione artistica di Massimo Barbero di Casa degli alfieri.
A proposito dei festival teatrali si parla sovente della necessità di un carattere distintivo: impegnato, di intrattenimento, classico, d’avanguardia o altro. Teatro e Colline lo trova nel suo essere un corpo unico con il Borgo: cortili, stradine e paesaggio sono stati attraversati da diverse forme di arte, da artisti e dal pubblico, in un fluire intenso eppure morbido e naturale. Calamandrana attinge bellezza dal suo Borgo antico e il suo festival ne è una creatura, legata alle piazzette, al panorama, alla chiesetta di San Bastian, ai percorsi luminosi che conducono ad angoli che hanno incorniciato performance, musica e teatro. E’ lì, negli eventi calzati sui luoghi e nell’intreccio della loro bellezza, l’unicità di Teatro e Colline e la ragione del suo successo, che si è confermato per tutta la sua durata.
“Sorelle – O della fine del mondo” è stato presentato nell’elegante cortile del Convento, affacciato su un panorama straordinario, e ha preceduto la festa finale con la banda di Portacomaro, che con un’incursione ha preso anche parte allo spettacolo. E’ stato, ha spiegato il suo autore Antonio Catalano, il terzo capitolo di una trilogia ispirata ad “una riflessione su un mondo perduto” , un modo di guardare le cose e di vivere dimenticato, perché “siamo stati travolti da una bufera di modernità”. L’aura sognante e l’ironia ingenua appartengono alla stessa poetica dei precedenti “Il testamento dell’ortolano” e “Teresa, ovvero la sarta che voleva ricucire il firmamento”, con la particolarità qui di una struttura dialogica e di accenti marcatamente divertenti.
Jole/Patrizia Camatel e Ines/Federica Molteni sono due sorelle non più giovani, rinchiuse in una vita solitaria e sempre uguale come la casa che abitano. La scenografia (di Agnese Falcarin, come i costumi) è in buona parte dipinta su un fondale, con un effetto naif e vecchiotto che ben rispecchia il piccolo universo delle protagoniste. E’ una bolla, una casa di bambola dove prevale la prudenza verso tutto ciò che è esterno (“meglio esserne certe” suona come un tormentone) e dove, con dialoghi al limite dell’onirico, le sorelle ricreano un surrogato di realtà. Una bacinella diventa fiume o mare, un ombrello la volta celeste in una condivisione apparentemente totale, che cela tuttavia un’inquietudine.
La crepa prende forma nel dubbio dell’avvicinarsi di una catastrofe, annunciata da una surreale e godibilissima visita di Robberto/Michele Eynard (che ha curato anche la regia), un amico d’infanzia bramato da entrambe le sorelle. Robberto, trombettista nella banda del paese, fa il suo ingresso in modo trionfale, preceduto dalla banda di Portacomaro, e regala un momento di sospensione strampalata e ilare. Soprattutto genera un cortocircuito prima di litigio, poi di confronto e infine di rinnovamento.
La repressa e fanciullesca Ines/Molteni e la più ferrea e apparentemente appagata Jole/Camatel, si scontrano in una lotta al ralenti in nome di un’antica gelosia per poi ricongiungersi attorno ad una melanzana (la fine del mondo) e ad un ananas (il mare mai visto della sognata Albissola). Due simboli rocamboleschi che scardinano radicati timori e un tempo ripetitivo scandito da troppi orologi. Forse non sarà la fine dell’intero mondo, ma di un mondo piccolo, tenero e anche un po’ crudele. Non sono le sorelle di Cechov, perché la meta marittima tanto evocata diventa raggiungibile, contrariamente alla sospirata Mosca. L’inazione si capovolge e forse anche qui irrompe il fiume di modernità, tutto cambia ballando sulle note di “Alghero” (anche se la destinazione è l’esotica Albissola) e tutto si risolve, oppure rimane sospeso. E infine si festeggia per terminale un festival che ha trovato la sua splendida dimensione. Alla prossima edizione.