22 Agosto 2026
14:00
Il castello-monastero di Lenta, il gioiello medievale salvato dai volontari – Piemonte da scoprire
Percorrendo la strada che da Vercelli si stende lungo le risaie per arrivare alla Valsesia, poco prima di Gattinara si incontra un piccolo paese di origine romana: Lenta. Pur essendo sconosciuto ai più, questo piccolo borgo può vantare delle attrattive particolari: il centro del paese costituiva un ricetto medievale, con un monastero-fortezza antichissimo; inoltre nelle campagne si trovano una Pieve intitolata a Santo Stefano risalente al V secolo e una base militare, non visitabile, dove sono conservati 3000 carri armati non più in uso dalle nostre Forze Armate.
D’altronde queste terre hanno un’antica storia guerresca.
Fondato come accampamento romano, del quale si distinguono ancora le due vie principali, il cardo e il decumano, costituiva un importante punto difensivo vicino a un guado del Sesia, a protezione dalle incursioni dei Cimbri e dei Teutoni. Fu infatti probabilmente da queste parti che fu combattuta il 30 luglio del 101 a.C. la terribile battaglia dei Campi Raudii, che vide 50.000 Romani guidati da Mario e Silla affrontare 210.000 Cimbri con le loro famiglie e tutti i loro averi. Al termine di una giornata che vide il sangue scorrere a fiumi, la nazione barbara non esisteva più: 140.000 di loro erano rimasti sul terreno, contro solo 1.000 Romani. I rimanenti vennero tutti venduti come schiavi.
Il toponimo Lenta viene dalla famiglia patrizia dei Lentulo, appartenente alla gens Cornelia, e famosa per la coltivazione delle lenticchie. La fondazione della Pieve invece deriva probabilmente da una reliquia di Santo Stefano lasciata qui per la sua venerazione da sant’Eusebio, primo vescovo di Vercelli.
Difficile conoscere la data di fondazione del castello, ma una particolare citazione del vescovo vercellese Ingone (961-977) e l’abitudine di celebrare il vescovo Pietro morto nel 997, portano a ipotizzare la costruzione di un primo nucleo addirittura nel X secolo, forse nel 965. Già in quegli anni era la casa di una confraternita di monache benedettine cassinesi, costituendo così un raro caso di monastero fortificato, citato poi in un documento del 1072. A seguito di un terremoto, nel 1117 le monache furono trasferite momentaneamente a Vercelli, ma dieci anni dopo il vescovo Anselmo fece ricostruire il castello anche con l’aiuto di Alberto conte di Biandrate che contribuì economicamente, facendo poi nominare prima badessa sua nipote Bononia Avogadro.
Iniziò in questo modo un lungo periodo di potere economico, con protezione e privilegi concessi da diversi papi: il monastero possedeva infatti molte terre e due molini sulle acque del Sesia. Il centro del paese venne fortificato per la protezione dei suoi abitanti e di quelli delle campagne dalle possibili incursioni di briganti in un’area importante e di grande flusso di uomini e merci.
Dopo diverse vicende che videro contrapposti Guelfi e Ghibellini, nel 1404 il comune passò sotto la giurisdizione di Amedeo principe dei Savoia; secondo alcuni studiosi le monache aderirono anch’esse, secondo altri si affidarono ai marchesi del Monferrato. Certo è che tra Due e Quattrocento furono aggiunti una torre quadrata, altre sezioni e gli interni vennero ristrutturati e modificati, mentre tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo furono realizzati gli affreschi, alcuni dei quali sono ancora visibili.
Poi iniziò un periodo di decadenza, che portò infine nel 1572 al trasferimento delle monache a Vercelli e all’abbandono del castello-monastero.
Cosa era successo?
In questo ci sono d’aiuto gli archivi di Stato di Vercelli. Nel 1529 Mercurino da Gattinara, grande uomo politico e cancelliere dell’imperatore Carlo V, nominato cardinale pur essendo laico, scrisse che il monastero di Lenta era “nec monasterium, sed lupanar”: non un monastero ma un postribolo. Il papa Clemente VII non prese bene la cosa, e scrisse: “Il nostro diletto figlio Mercurino […] giustamente, ci ha informato che le […] monache del monastero di S. Pietro di Lenta […] si sono allontanate da molti anni dal dolce giogo della religione […], hanno dimenticato il pudore, hanno vissuto e vivono […] così turpemente e in modo disonesto che il monastero è ritenuto un luogo equivoco, accessibile da ogni parte e da tutti, a danno delle anime delle monache che […] sono considerate obbrobrio della religione ed esempio pernicioso per i fedeli in Cristo”. Che fosse vero o meno, il papa dispose la chiusura del monastero, che però in seguito venne annullata.
Nel 1572 papa Gregorio XIII decise in ogni caso di farla finita, e dispose il trasferimento delle monache nel convento di San Pietro in Vercelli. Qualunque fosse il vero motivo, economico, politico o, per così dire, “boccaccesco”, il monastero venne chiuso e abbandonato per secoli. Se ne appropriarono così gli abitanti di Lenta, andando a viverci, usandolo come stalla, porcile e pollaio.
Negli ultimi anni è stato gradatamente acquisito dal comune di Lenta in condizioni disastrate, fino a quando un gruppo di volontari del paese, costituito soprattutto da arzilli pensionati, si è unito allo scopo di riportare alla vita un monumento eccezionale. Hanno fatto un lavoro incredibile: pagano un affitto simbolico al comune che però aiuta nell’acquisto dei materiali necessari, e lavorano tutti i pomeriggi della settimana per ristrutturare il sito. Ogni tanto interviene la Soprintendenza per verifiche e controlli, ma l’onere è tutto loro. Si autofinanziano di tasca loro, o tramite serate culturali, concerti e varie iniziative ospitate nei locali antichi. Nel 2018 si sono costituiti come associazione “Il castello” proprio con lo scopo di rendere usufruibile a tutti questo straordinario e dimenticato bene.
La mia visita degli interni è svolta grazie ad uno di loro, il sig. Mario, una persona di grande cultura, gentilezza e buona volontà. Una piccola parte del castello-monastero è attualmente agibile per il pubblico e utilizzata per gli eventi, mentre altre aree sono ancora in “lavorazione”. Nella visita degli ambienti mi racconta di quello che in questi anni hanno fatto per ristrutturarlo, e a volte stento a credere all’incredibile e instancabile opera che hanno portato avanti scavando, eliminando macerie, ricostruendo solai, soffitti, travi, pavimenti o anche solo creando una toilette per il pubblico o portando l’elettricità nell’edificio. Il cammino di ronda delle guardie al terzo piano della torre era invaso dal guano dei piccioni, che superava ampiamente il metro d’altezza; è stato ripulito con badili e secchi e sette camion per eliminarlo.
Ovvio chiedere se facessero un lavoro legato all’edilizia prima di andare in pensione: la risposta è stata negativa, sono solo un gruppo di appassionati che si affidano a dei professionisti quando la buona volontà non basta.
Girare per i locali del castello-monastero è affascinante, tra le mura fatte di ciottoli del fiume Sesia uniti con la malta a spina di pesce, e intervallati da grosse pietre o da mattoni. All’esterno delle mura è visibile addirittura il coperchio di un sarcofago romano, usato come materiale da costruzione, mentre un po’ dappertutto si possono ancora notare delle pietre piatte della medesima origine.
All’esterno fa mostra di sé una bella torre quadra, con alcune finestre nel muraglione e una torretta con le merlature che è il punto attuale di ingresso nel complesso, mentre quello storico doveva essere nella parte più antica e porta in quello che doveva essere il chiostro. Da esso si vedono gli appartamenti ricavati in tempi moderni n dove dovevano esserci le celle delle monache, poi si rientra in un portico che conserva delle decorazioni quattrocentesche in cotto, un affresco con il Cristo che risorge dalla tomba e un altro che raffigura una Madonna del latte. La visita prosegue tra locali restaurati, come quello che rappresentava la camera della badessa, e altri in lavorazione oppure da restaurare completamente. Molto belle due camere nelle quali si svolgono eventi e concerti, che erano probabilmente camere consiliari, di riunione delle monache e di ricevimento, abbellite con affreschi in parte recuperati.
Proseguo poi con un breve giro per il centro del paese che costituiva il ricetto di Lenta, con alcuni toponimi delle vie che ricordano tempi antichi, come “via della fossa”, dove sicuramente c’era il fossato di protezione, e la visione esterna della chiesa di San Pietro, dove è stata trovata una cripta dell’epoca del castello.
Alla fine, non posso che fare al mio Cicerone tutti i miei complimenti per l’incredibile lavoro che stanno facendo, solo per passione e per l’amore verso il proprio paese.
“Lei conosce il ricetto di Candelo?” mi risponde “Vede, per renderlo bello e accogliente ai visitatori hanno impiegato molto tempo e molto denaro. Noi soldi non ne abbiamo, e per quello che stiamo facendo, possiamo contare solo sulle nostre forze. Abbiamo così fatto un patto con il buon Dio: di lasciarci su questa terra fino a quando non termineremo il nostro lavoro, che sarà, immagino, molto molto lungo.” E mi sorride.
Ve lo auguro, davvero di tutto cuore. Siete veramente uomini di buona volontà.
Per informazioni riguardanti gli eventi e le visite guidate, la mail dell’Associazione Il Castello è
Ilcastello.lenta@gmail.com
Se la storia vi fosse piaciuta e vi avesse invogliato a scoprirne altre, vi invito a visitare il mio sito, oppure ad acquistare online o in libreria il volume Piemonte da scoprire edito da Priuli e Verlucca
https://www.amazon.it/Piemonte-scoprire-localit%C3%A0-cultura-affascinanti/dp/B0BG3KJLN8, oppure Piemonte Insolito e segreto Jonglez Edizioni.