Autore Redazione
lunedì
14 Settembre 2026
05:30
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Cronaca - Alessandria - Pavia

L’architetto Kipar spiega le città del futuro: “Non basta piantare alberi, bisogna progettare ecosistemi urbani funzionanti”

L’architetto Kipar spiega le città del futuro: “Non basta piantare alberi, bisogna progettare ecosistemi urbani funzionanti”

PAVIA – È necessario ripensare le nostre città. La crisi climatica, il nostro modo diverso di vivere, l’evoluzione degli spostamenti sono tutti aspetti non più conformi a una concezione dei centri abitati ancorata a vecchi schemi. Questo vuol dire restituire centralità alla natura, per esempio, dare fiato a spazi per la mobilità lenta, ridefinire il ruolo delle auto, immaginare nuovi luoghi di aggregazione. Un percorso complesso e con una visione a lungo raggio da condividere. Di questo cambiamento abbiamo parlato con l’architetto di fama internazionale Andreas Kipar, CEO di Land (“Landscape Architecture Nature Development”), gruppo impegnato in molti progetti ambiziosi di ridefinizione delle città, come spiegherà domenica 20 settembre a Pavia in occasione dell’evento Horti Aperti. I casi più vicini riguardano Vercelli e recentemente Pavia dove l’amministrazione comunale ha commissionato l’elaborazione della “Visione Paesaggistica per la città” per “rinaturalizzarel’area attorno al Ticino. Il fiume sarà il punto di partenza di un percorso verde che rappresenta molto bene la necessità di un cambiamento. Partendo da questo legame con il Nord Ovest abbiamo rivolto alcune domande ad Andreas Kipar per capire quale debba essere la città di oggi e come cambierà:

Partiamo dalla definizione di città. Cosa rappresenta oggi questo luogo e come dovrebbe cambiare rispetto al passato?
Per troppo tempo abbiamo pensato la città come una macchina: un insieme di edifici, strade e infrastrutture progettato soprattutto per ottimizzare flussi, mobilità e funzioni. Oggi questo modello mostra chiaramente i suoi limiti. Dobbiamo tornare a considerare la città come un ecosistema, nel quale persone, acqua, suolo, vegetazione, biodiversità e infrastrutture fanno parte di uno stesso organismo vivente. Questo significa anche cambiare il ruolo della Natura: non più elemento decorativo o compensativo, ma vera infrastruttura urbana, capace di contribuire alla gestione dell’acqua, al raffrescamento, alla biodiversità, alla salute e alla qualità della vita. È anche il principio con cui stiamo lavorando a Pavia: non guardare separatamente ai parchi, alle strade, ai canali, alle aree agricole e agli spazi di rigenerazione, ma riconoscerli come parti di un unico sistema paesaggistico, da rafforzare e riconnettere.

Di chi sono le città oggi? Come può e deve essere governato il cambiamento e chi lo dovrebbe guidare?
Le città appartengono prima di tutto alle persone che le vivono. Ognuno di noi conosce istintivamente i luoghi della propria città nei quali si sta meglio: dove c’è ombra, dove arriva una brezza, dove è piacevole camminare o fermarsi. Questa conoscenza quotidiana è importante e ci ricorda che la pianificazione deve partire dalle persone e dalla qualità della loro esperienza dello spazio pubblico. Allo stesso tempo, serve una visione capace di superare gli interventi isolati e mettere in relazione urbanistica, mobilità, acqua, biodiversità e spazio pubblico. È proprio
questa la direzione indicata anche dai nuovi Piani Urbani della Natura: costruire strategie integrate, anziché affrontare ogni tema separatamente. La trasformazione funziona quindi quando la politica riesce a indicare una direzione chiara e stabile nel tempo, lasciando però spazio all’ascolto e al confronto con chi la città la abita ogni giorno.

I cambiamenti climatici stanno portando a vedere in modo diverso i luoghi in cui abitiamo. La progettazione può mitigarne l’impatto? Come?
Assolutamente sì. Il punto non è soltanto quanto aumenteranno le temperature, ma quanto le città possano amplificare o attenuare gli effetti del cambiamento climatico. Per decenni abbiamo impermeabilizzato il suolo, espulso rapidamente l’acqua e destinato una parte molto significativa dello spazio urbano alle automobili. Oggi dobbiamo in parte invertire questa logica.
Pavia è un esempio molto concreto. Circa il 21% del territorio comunale è impermeabilizzato e nelle aree maggiormente asfaltate la temperatura superficiale può raggiungere i 56 gradi. La strategia paesaggistica sviluppata da LAND parte proprio da questa lettura climatica e propone di rafforzare i grandi sistemi naturali della Vernavola e del Ticino e costruire una rete diffusa di connessioni verdi lungo strade, canali, percorsi e infrastrutture. Non basta quindi piantare qualche albero. Servono suoli permeabili, ombra, reti verdi e blu, sistemi capaci di trattenere e infiltrare l’acqua e continuità ecologiche. In altre parole, bisogna progettare ecosistemi urbani funzionanti.

La politica dovrebbe delineare una pianificazione di sviluppo delle città ma è spesso incastrata in una visione legata all’oggi. Come ovviare a questo problema?
Una buona pianificazione deve riuscire a tenere insieme due scale temporali: una visione di medio-lungo periodo e azioni concrete capaci di produrre risultati già nel breve. Non possiamo aspettare trent’anni per iniziare a cambiare le città, ma non possiamo neanche immaginare che trasformazioni strutturali si completino nell’arco di una legislatura.
Anche Pavia lo dimostra bene. La strategia valuta gli effetti del nuovo patrimonio arboreo su un orizzonte di circa trent’anni, ma individua già oggi sistemi e luoghi sui quali intervenire: i grandi parchi, le connessioni verdi lungo le infrastrutture, i canali e lo spazio pubblico urbano. La politica deve quindi avere il coraggio di fissare una direzione che vada oltre la durata del mandato. Gli strumenti di pianificazione servono proprio a trasformare una visione in una struttura capace di orientare progressivamente progetti, investimenti e finanziamenti.

Le città hanno modificato la loro configurazione puntando sempre più sul concetto di sicurezza, arrivando talvolta a sviluppare un’architettura “ostile” verso la permanenza e l’aggregazione. È una dinamica incontrovertibile?
No. Al contrario, lo spazio pubblico deve favorire l’incontro, la permanenza, il movimento, il gioco e l’inclusione. La qualità dello spazio aperto non può più essere considerata un lusso o qualcosa che resta dopo aver risolto le altre funzioni della città: è una componente fondamentale del welfare urbano. Una panchina all’ombra, una fontanella, un piccolo parco di quartiere o un percorso pedonale confortevole possono sembrare interventi semplici, ma incidono profondamente sul modo in cui viviamo e condividiamo la città. Per questo insisto spesso sulla necessità di tornare a creare parchi popolari e di quartiere: sono proprio questi spazi quotidiani a generare relazioni, benessere e senso di appartenenza. Una città che allontana sistematicamente le persone dallo spazio pubblico rischia di perdere una delle sue funzioni fondamentali: essere un luogo di relazione.

Le città stanno progressivamente mostrando in modo evidente la frattura tra fasce sociali differenti. È un fenomeno inevitabile?
Non è inevitabile, ma il cambiamento climatico rischia sicuramente di accentuare le disuguaglianze già esistenti. Il caldo, ad esempio, non colpisce tutti allo stesso modo: i quartieri più densi, con meno alberi, meno ombra e più superfici impermeabili sono spesso anche quelli nei quali le persone più vulnerabili soffrono maggiormente gli effetti delle ondate di calore.
Per questo l’adattamento climatico è anche una questione di equità urbana. Verde, ombra, acqua e spazio pubblico di qualità non possono diventare privilegi concentrati in poche parti della città: devono costituire una rete diffusa e accessibile. La Nature-Positive City, da questo punto di vista, non è soltanto una città più ecologica. È anche una città che utilizza la trasformazione ambientale per migliorare concretamente la qualità della vita delle persone.

Come possono le amministrazioni progettare e poi mantenere una città più a misura d’uomo a fronte di una riduzione delle risorse economiche?
Il primo passaggio è cambiare il modo in cui consideriamo la Natura. Il verde urbano viene ancora troppo spesso letto esclusivamente come un costo di manutenzione, mentre produce servizi molto concreti: riduce il calore, contribuisce alla gestione delle acque, migliora la qualità dell’aria, sostiene la biodiversità e genera benefici per salute e benessere.
Oggi questi benefici possono anche essere misurati attraverso strumenti di Natural Capital Accounting, rendendo visibile il valore prodotto dai sistemi naturali e aiutando le amministrazioni a prendere decisioni più consapevoli. A Pavia, ad esempio, la strategia non quantifica soltanto il numero potenziale di nuovi alberi, ma ne valuta nel tempo gli effetti sulla CO₂, sull’ozono, sulla produzione di ossigeno, sul deflusso delle acque e sulla copertura delle chiome. Bisogna quindi passare dalla logica del costo a quella dell’investimento nel capitale naturale, affiancando alla visione di lungo periodo interventi progressivi e la capacità di intercettare risorse e finanziamenti.

La popolazione invecchia in Italia. Come deve essere una città che tenga conto di questa situazione?
L’invecchiamento della popolazione è uno dei grandi cambiamenti sociali che stanno già modificando il modo in cui dobbiamo progettare le città. Insieme alla crescita dei nuclei familiari più piccoli e della solitudine urbana, aumenta la necessità di spazi pubblici accessibili, confortevoli e flessibili. Una città adatta a una popolazione che invecchia deve favorire il movimento lento,
offrire ombra e luoghi nei quali fermarsi, garantire percorsi accessibili e soprattutto creare occasioni di relazione. Questo non significa però progettare una città “per anziani”. Significa progettare una città migliore per tutti: uno spazio accessibile a una persona anziana, a un bambino o a chi ha difficoltà motorie è generalmente uno spazio pubblico di qualità per l’intera
comunità.

Abbiamo oggi degli esempi di città di provincia capaci di dare un modello concreto di cambiamento?
Sì, e proprio le città di medie dimensioni possono diventare laboratori molto interessanti perché la scala consente spesso di leggere con maggiore chiarezza il rapporto tra centro urbano, paesaggio e territorio. Vercelli è un esempio significativo: il masterplan delle opportunità di rigenerazione urbana ha ripensato il ruolo del Sesia da margine a infrastruttura paesaggistica
centrale e ha costruito una rete di spazi pubblici, percorsi e sistemi ecologici capaci di riconnettere città storica, quartieri e paesaggio agricolo. Anche Pavia ha caratteristiche molto interessanti. La visione parte dai grandi sistemi naturali esistenti – Ticino e Vernavola – e propone di estenderli attraverso una rete di raggi verdi, filari e connessioni ecologiche lungo strade, canali, infrastrutture e territorio agricolo. La prospettiva è passare dagli attuali 127.763 alberi a quasi 360.000, ma il vero obiettivo non è il numero in sé: è costruire un’infrastruttura verde continua e performante. Sono esempi che dimostrano come l’innovazione urbana non appartenga soltanto alle grandi metropoli.

Qual è la vostra idea di città modello?
Non credo esista una città modello da replicare nello stesso modo ovunque. Ogni territorio ha una propria identità, un proprio clima, una propria geografia e una propria comunità. Il progetto deve prima di tutto saper leggere queste caratteristiche. La sfida non è importare un’immagine di città dall’esterno, ma partire dal capitale naturale esistente, rafforzarlo e riconnetterlo allo spazio urbano. Esistono però alcuni principi comuni: meno superfici impermeabili, più spazio alle persone, Natura intesa come infrastruttura, acqua gestita come risorsa, biodiversità
diffusa e spazi pubblici capaci di generare relazioni. Soprattutto, la città del futuro deve riuscire non soltanto a ridurre i propri impatti, ma a migliorare la condizione da cui parte. È questo il passaggio dalla semplice sostenibilità a un approccio Nature-Positive: ogni trasformazione deve restituire più valore ecologico, sociale ed economico di quanto ne consumi. Di seguito il progetto avviato a Pavia

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