Autore Redazione
martedì
22 Settembre 2026
11:50
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Cronaca - Alto Piemonte - Pavia - Provincia di Alessandria

Facebook e Instagram nuovi “confessori”. La salute mentale ignorata dalla tv

Facebook e Instagram nuovi “confessori”. La salute mentale ignorata dalla tv

PAVIA – Social nuovi ‘confessori’, specchio del disagio psicologico in crescita in Italia. Nel primo semestre del 2026 sono più di 138mila i post sulla salute mentale pubblicati su Facebook e Instragram: in media oltre 23mila al mese. Un vissuto di sofferenza affidato alla Rete e dominato dall’ansia. È questa la parola chiave che ricorre più spesso, ben 37mila volte, di gran lunga più frequente di stress e depressione. Il dolore chiede risposte, un ascolto e una comprensione che le istituzioni sembrano ancora far fatica a offrire. Non ci riesce nemmeno la Tv, che nei telegiornali dedica alla salute mentale meno di 2 notizie su 100, di cui 7 su 10 legate a casi di cronaca nera. E così a riempire il vuoto ci pensano gli influencer e i content creator, cliccatissimi, ma non sempre ‘buoni maestri’. A scattare la fotografia è l’indagine esplorativa ‘Media, linguaggio e salute mentale: come viene raccontato il disagio psichico‘, realizzata dall’Osservatorio di Pavia in collaborazione con Associazione Civita per il Festival della salute mentale Ro.Mens per l’inclusione sociale contro il pregiudizio. Un appuntamento organizzato dal Dipartimento di Salute mentale dell’Asl Roma 2, in collaborazione con l’assessorato alle Politiche sociali e della Salute di Roma Capitale e con il patrocinio della Rai.

I risultati completi della ricerca saranno presentati il primo ottobre all’Istituto superiore di sanità durante il convegno internazionale ‘Comunicazione e salute mentale: la forza delle parole’, in apertura della V edizione di Ro.Mens che torna a Roma dall’1 al 10 ottobre, Giornata mondiale della salute mentale. Ma i dati anticipati rendono bene l’idea. “Per la parte social – riferiscono i protagonisti dell’iniziativa – dopo un lavoro di verifica e pulizia dei dati raccolti, rispetto ai contenuti estranei al tema, sono stati esaminati 138.301 post pubblici pertinenti la salute mentale comparsi su Facebook e Instagram tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2026, successivamente ricondotti, dopo una depurazione dalle ripetizioni, a 103.397 testi unici: 74.472 su Facebook e 28.925 su Instagram. La parola ‘ansia’ è stata citata 37.012 volte, quasi 4 volte più di ‘stress’ e 13 volte più di ‘depressione’. Un termine che vive nel linguaggio del ‘come gestirla’, tra consigli di regolazione fisiologica e riflessioni personali. Nell’arco dei 6 mesi considerati, il volume dei post pertinenti si è mantenuto relativamente stabile tra i 21mila e i 26mila al mese. I contenuti più visibili sono quelli di voci dirette, professionali o meno, capaci tradurre temi complessi in un linguaggio immediato e condivisibile. Un solo post realizzato da uno psicologo-content creator è stato capace di sfiorare 1 milione di like su Instagram”.

Nello stesso periodo – viene evidenziato – l’analisi dei telegiornali di prima serata delle reti generaliste Rai, Mediaset e La7 ha preso in esame 21.442 notizie: soltanto 389 hanno riguardato la salute mentale, appena l’1,8% del totale, con una media di 9 notizie al mese per telegiornale. Ma a colpire non è soltanto quanto poco se ne parli: è soprattutto come se ne parla. Sette servizi su 10 riconducono la salute mentale a eventi criminali e casi di cronaca: la criminalità occupa da sola il 65% delle notizie e, insieme a ordine pubblico e sicurezza, raggiunge il 70%. Alle questioni sociali resta il 15%, a scienza e salute appena l’8%, a cultura e società il 7%. La copertura procede per picchi legati al singolo fatto: a maggio, in coincidenza con il noto caso di Modena” dove un 31enne con problemi psichici si è lanciato con l’auto sulla folla del centro città, “le notizie sono salite a 138. Anche la scelta delle voci conferma il peso della cronaca. Le interviste sono presenti in 271 servizi, il 69% dei 389 pertinenti, per un totale di 462 soggetti: la ‘gente comune’ rappresenta il 34,2% degli interventi e i protagonisti della cronaca il 13,4%. Insieme arrivano al 47,6%, quasi 1 voce su 2, mentre i professionisti sanitari si fermano al 12,6%. Il risultato è un racconto che mostra soprattutto il fatto eccezionale, ma molto meno la prevenzione, la cura e la possibilità di chiedere aiuto“.

“Influencer e creator – segnalano gli autori dell’indagine – conquistano sui social lo spazio lasciato libero dall’informazione tradizionale. Post su ansia, Adhd, neurodivergenza e disturbi alimentari raggiungono milioni di persone. La capacità straordinaria di rendere accessibili temi complessi sui social pone però una domanda urgente: chi garantisce la qualità delle notizie che arrivano?“. Perché “quando l’informazione qualificata arretra, lo spazio viene occupato da chi comunica meglio, non necessariamente correttamente“. E infatti “accanto ai professionisti emergono diagnosi a distanza, semplificazioni e pratiche prive di basi scientifiche, presentate spesso con il tono rassicurante della cura“.

L’indagine mette in risalto anche “un’altra frattura: il 25,7% dei contenuti parla il linguaggio delle istituzioni e dei servizi, mentre il 22,4% utilizza quello delle famiglie, fatto di figli, solitudine e carico della cura, e il 38,7% è a carattere personale con paure, relazioni, sofferenze e valori. Due narrazioni, da una parte le istituzioni e dall’altra le famiglie e le persone, che sembrano ancora incapaci di incontrarsi“.

Per Paola Barretta, coordinatrice del gruppo di ricerca dell’Osservatorio di Pavia, “il successo dei creator dimostra che esiste una domanda enorme di contenuti comprensibili e vicini all’esperienza delle persone. La sfida è unire questa efficacia comunicativa all’autorevolezza delle fonti e alla solidità scientifica, evitando che la parola ‘folle’ venga utilizzata come chiave di lettura immediata di un gesto violento, senza alcun riferimento clinico o peritale, con un duplice effetto di scorciatoia esplicativa e di intensificatore emotivo per il pubblico“.

L’esplosione della parola ansia su Facebook e Instagram – commenta Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asl Roma 2 e promotore di Ro.Mens – appare legata all’imperativo sociale di dover garantire una performance sempre maggiore nei diversi ambiti della vita, in famiglia come nella scuola e nel lavoro, soprattutto sui social. Partendo dall’immagine, fisica e principalmente virtuale, per arrivare ad essere persone famose e di successo, nel bene e nel male“, osserva lo psichiatra.

Non possiamo affidare soltanto agli algoritmi e all’iniziativa dei singoli il racconto della salute mentale“, concludono Barretta e Cozza che lanciano un appello: “Servizi, istituzioni e informazione devono imparare a parlare una lingua capace di raggiungere giovani e famiglie, con un lessico rispettoso e informato, contrastando stigma, disinformazione e pseudoscienza“.

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