Cronaca - Italia

Prezzi alle stelle e stipendi al palo. Il carrello si svuota e il conto sale

ITALIA – Fare la stessa spesa costa sempre di più. E per far quadrare i conti a fine mese molte famiglie italiane si trovano davanti a una scelta ormai difficile da evitare: mettere meno prodotti nel carrello oppure orientarsi verso alternative più economiche. Perché mentre i prezzi hanno continuato a salire, il potere d’acquisto dei salari fatica a tenere il passo.
A raccontare quanto sia cambiato il costo della vita negli ultimi anni basta guardare dentro un normale carrello della spesa. Secondo una simulazione del Sole 24 Ore, per acquistare prodotti alimentari che nel luglio del 2021 costavano complessivamente 100 euro oggi servono 129,50 euro. In cinque anni l’aumento sfiora dunque il 30%.
Non si tratta soltanto di prodotti particolari o di acquisti occasionali. A rincarare sono molti degli alimenti che fanno parte della quotidianità delle famiglie. La pasta costa il 23% in più rispetto a cinque anni fa, mentre per il caffè tostato l’aumento raggiunge il 51%. E la corsa dei prezzi coinvolge anche alcuni grandi classici delle dispense italiane: la passata di pomodoro è aumentata del 26% e il tonno in scatola del 25%.
Incrementi che, sommati acquisto dopo acquisto, finiscono per pesare in maniera significativa sui bilanci familiari. E il problema è che la pressione dei prezzi non si è ancora esaurita.

Inflazione, per una famiglia italiana 833 euro in più all’anno

A fotografare le differenze sul territorio sono gli ultimi dati Istat relativi all’inflazione di agosto, elaborati dall’Unione Nazionale Consumatori. A livello nazionale l’inflazione annua si attesta al 3,3% e, secondo i calcoli dell’associazione, si traduce in una maggiore spesa di 833 euro all’anno per una famiglia media.
Dietro il dato nazionale, però, si nascondono differenze consistenti.
La città nella quale l’aumento del costo della vita pesa maggiormente in termini assoluti è Rimini. Qui un’inflazione del 3,9% comporta, secondo le stime dell’Unione Nazionale Consumatori, una maggiore spesa di 1.128 euro all’anno per una famiglia media.
Subito dietro si trova Bolzano: l’inflazione è al 3,6% e l’aggravio stimato raggiunge 1.094 euro. Terza Verona, dove un aumento dei prezzi del 3,8% corrisponde a 1.055 euro di spesa supplementare annua.
La soglia dei mille euro viene superata anche a Pistoia, con 1.041 euro in più, Siracusa con 1.039, Udine con 1.036, Lecco con 1.024, Como con 1.019, Terni con 1.018 e Arezzo con 1.013 euro.
Numeri che mostrano anche come il tasso di inflazione, da solo, non basti a raccontare l’impatto effettivo sulle famiglie. La città con l’inflazione più elevata d’Italia, infatti, è Reggio Calabria, dove i prezzi risultano cresciuti del 4,6% su base annua. L’aggravio stimato è però di 943 euro, cifra che colloca la città al 22° posto nella graduatoria nazionale della maggiore spesa.
La seconda inflazione più alta è quella di Siracusa, con il 4,5%, mentre Macerata raggiunge il 4,3% e una maggiore spesa stimata in 938 euro.

Piemonte, 790 euro in più. Torino arriva a 882

Anche Piemonte e Lombardia devono fare i conti con aumenti importanti.
In Piemonte l’inflazione annua di agosto è pari al 3,2% e, secondo l’Unione Nazionale Consumatori, comporta per una famiglia media una maggiore spesa di 790 euro all’anno. La regione si colloca così al tredicesimo posto della graduatoria nazionale per incremento del costo della vita.
Il dato di Torino è ancora più elevato: nel capoluogo piemontese l’inflazione raggiunge il 3,4% e l’aggravio calcolato per una famiglia media è di 882 euro all’anno.
All’interno della stessa regione le differenze sono significative. A Vercelli l’inflazione arriva al 3,6% e la maggiore spesa è stimata in 859 euro, mentre a Biella, con il 3,4%, l’incremento è di 812 euro. Cuneo e Alessandria registrano entrambe un’inflazione del 3% e un aggravio di 762 euro. A Novara, infine, il 2,9% di inflazione si traduce in 737 euro di spesa supplementare.
In Lombardia il quadro è ancora più pesante in termini economici: con un’inflazione regionale del 3,1%, l’aumento della spesa raggiunge 907 euro all’anno per una famiglia media.
Tra le città lombarde spiccano Lecco, dove l’aggravio supera i mille euro e arriva a 1.024 euro, e Como, con 1.019 euro. Seguono Pavia con 989 euro, Bergamo con 959, Mantova con 939 e Milano con 885 euro.

Il Trentino Alto Adige è la regione dove i rincari pesano di più

Allargando lo sguardo all’intero Paese, è il Trentino Alto Adige a guidare la classifica regionale dell’Unione Nazionale Consumatori: un’inflazione del 3,3% determina una maggiore spesa stimata in 976 euro all’anno per una famiglia media.
Al secondo posto c’è il Friuli-Venezia Giulia, con un’inflazione del 3,5% e 955 euro di aggravio, seguito dal Veneto con 920 euro. La Lombardia è quarta con 907 euro e il Lazio quinto con 902.
All’estremo opposto della graduatoria troviamo la Basilicata, dove un’inflazione del 2,9% comporta comunque una maggiore spesa di 650 euro annui. Seguono Sardegna, con 670 euro, e Puglia, con 681.

Tra le città, la spesa aggiuntiva più contenuta viene invece stimata a Benevento: 547 euro all’anno, con un’inflazione del 2,5%. A Grosseto, che registra il tasso di inflazione più basso tra le città considerate, pari al 2%, l’aumento della spesa è quantificato in 563 euro. Terza Brindisi, con 574 euro.

Anche nei territori meno colpiti, dunque, l’inflazione continua comunque a tradursi in diverse centinaia di euro da trovare ogni anno nei bilanci familiari.

Il nodo degli stipendi

Il problema diventa ancora più evidente se all’aumento del costo della vita si affianca l’andamento delle retribuzioni. Un’elaborazione del Corriere della Sera indica che tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali in Italia sono diminuite dell’1,6%. Significa che, al netto dell’inflazione, il potere d’acquisto degli stipendi non ha accompagnato l’aumento del costo della vita nel lungo periodo.

Ed è proprio qui che i numeri sull’inflazione smettono di essere semplicemente percentuali e diventano scelte quotidiane.

Quando il prezzo della pasta aumenta, il caffè costa molto più di qualche anno fa e persino prodotti comuni come passata di pomodoro e tonno in scatola diventano progressivamente più cari, una famiglia può assorbire i rincari soltanto fino a un certo punto. Se le entrate non crescono nella stessa misura, bisogna intervenire sulle uscite.
Si cercano allora maggiormente promozioni e offerte, si scelgono prodotti meno costosi, si cambiano marche e si rinuncia ad alcuni acquisti. Oppure, semplicemente, si compra meno.
È questo forse il dato più concreto dietro le statistiche: l’inflazione non significa soltanto spendere più euro per portare a casa gli stessi prodotti. Quando redditi e stipendi non riescono a recuperare terreno, può significare soprattutto non riuscire più a mantenere gli stessi consumi. Il carrello che cinque anni fa valeva 100 euro e oggi ne richiede quasi 130 fotografa esattamente questa trasformazione. Per molte famiglie italiane il problema non è più soltanto quanto costa fare la spesa, ma quanta spesa ci si può ancora permettere di fare.

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