Autore Redazione
lunedì
5 Ottobre 2026
18:05
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Cronaca - Novi Ligure

Fillea Cgil sulla morte di Cucé: “Vogliamo giustizia, si accertino tutte responsabilità”

Fillea Cgil sulla morte di Cucé: “Vogliamo giustizia, si accertino tutte responsabilità”

ALESSANDRIA – Il 6 e il 7 ottobre, dopo 44 mesi, inizierà il processo per accertare le responsabilità circa la morte di Salvatore Cucè avvenuta nel cantiere del Terzo Valico del Giovi il 6 febbraio del 2023.

Da tempo la Fillea Cgil chiede che questa vicenda trovi giustizia, restituendo memoria e dignità a “un giovane minatore edile calabrese che lavorava a più di mille chilometri da casa – ha spiegato segretario generale della Fillea Cgil Antonio Di Franco. Un ragazzo pieno di sogni e di speranze, che lo Stato non ha saputo proteggere nel mentre faceva il proprio dovere “per contribuire al progresso materiale e spirituale della società””.

“Lui e tutti gli altri morti di lavoro andrebbero riconosciuti come vittime del dovere ai sensi della legge n. 266 del 2005 e del D.P.R. n. 243 del 2006. Quale può essere la differenza fra lui e gli altri lavoratori a cui è riconosciuto questo status? Francamente è incomprensibile. Il processo inizia a pochi giorni di distanza da quando l’Inail ha presentato i dati relativi al 2025, certificando che è morto un lavoratore ogni 8 ore (1198) e che c’è stato un infortunio al minuto (600.000 denunce). Numeri ampiamente sottostimati che non tengono conto di tutti gli enti che non comunicano gli infortuni all’Inail e soprattutto di quello che accade ai 3 milioni di lavoratori in nero full time certificati dall’Istat. Le vittime del dovere sono persone, e non numeri, che meriterebbero giustizia e memoria”. Il segretario chiede maggiori risorse per impedire nuove morti e resitutire giustizia a chi non c’è più. “Invece i processi non iniziano mai e troppo spesso insistono su piccole Procure che non hanno uomini, mezzi e risorse adeguate per far fronte a complessità, come quelle dell’infortunio Cucè. Basti pensare che il cantiere non è mai stato sequestrato. Per queste e per tutte le altre considerazioni esposte riteniamo urgente una Procura Nazionale che si occupi con le migliori professionalità dei reati in materia di salute e sicurezza. Il 6 ottobre si inizia con l’udienza relativa alla volontà dei familiari di opporsi alla richiesta di archiviazione, chiedendo con motivazione la prosecuzione delle indagini e l’iscrizione nel registro delle notizie di reato di soggetti non ancora indagati. Oggi, infatti, non risulta nessuna responsabilità attribuita né al committente Rfi né al contraente generale Cociv. Ciò significa che, nella pratica, non risulta indagato nessuno dei soggetti posto in cima alla filiera dell’appalto e con cogenti obblighi in materia di sicurezza sul luogo di lavoro di tutela della salute di tutti i lavoratori ivi addetti. Rfi, il soggetto per conto del quale l’intera opera viene realizzata e che dovrebbe avere una posizione di garanzia a tutela di tutti i lavoratori impiegati nell’appalto, non risulta indagata. Ma è possibile che sia estranea ai fatti? Non è proprio il committente a concepire, programmare, progettare, e soprattutto finanziare l’opera? E qui parliamo di un’opera realizzata con i soldi dei contribuenti che vedrà investiti almeno 15 miliardi di euro. Il committente e il contraente generale rappresentano le figure centrali attorno alle quali ruotano le scelte tecniche, economiche ed organizzative che determinano la qualità dell’intervento anche attraverso la tutela dei lavoratori. Non possiamo accettare che tra le figure imputate ci siano solo prevalentemente altri lavoratori e soprattutto preposti che sono ormai diventati i parafulmini di tutte le responsabilità. Noi ci auguriamo che vengano accolte le richieste di opposizione e che si ricerchino davvero tutte le responsabilità. Il legislatore ne attribuisce sempre di più ai preposti, senza che però a queste corrispondano adeguate tutele, diritti e strumenti di controllo. Nei cantieri ormai per non sbagliare si tende a considerare tutti preposti, soprattutto chi ha un livello di inquadramento più basso: come se l’intero peso della responsabilità debba ricadere su di loro e, in subordine, sugli altri lavoratori. Troppo spesso anche la giurisprudenza sembra confermare questa impostazione, finendo per scaricare responsabilità su chi, nella realtà, non prende le decisioni, non dispone di un’effettiva autonomia e, soprattutto, non ha tutele, a partire dal mantenimento del posto di lavoro stesso. Troppi lavoratori tacciono sotto il ricatto del licenziamento e della relativa impossibilità di ricollocarsi, perché risulterebbero macchiati del titolo di chi ha denunciato. Noi siamo convinti che se assicurassimo tutele a chi denuncia e a chi svolge il ruolo di preposto scopriremmo una realtà molto diversa da quella che vive nelle aule giudiziarie e che determina tante sentenze. L’ordinamento giuridico dovrebbe essere in grado di garantire risposte immediate ai familiari che meritano giustizia e di imporre comportamenti prescrittivi capaci di salvare la vita ad altri lavoratori nelle stesse condizioni. Invece si continua a morire nei cantieri ferroviari e si continua ad avere fretta, continuamente fretta. Il tempo e lo sfruttamento dei lavoratori sono diventati i fattori su cui le imprese devono far margine per sopperire alla logica del massimo ribasso mai sparita e soltanto camuffata dalla locuzione “offerta economicamente più vantaggiosa”. La Fillea Cgil si costituirà parte civile sia nel processo Cucè che in quello sulla strage di Brandizzo, assistendo alcuni familiari in giudizio anche con i nostri legali. Il nostro rammarico più grande sta nella consapevolezza che sono tutte morti che potevano essere evitate. Non è accettabile in nessun caso, soprattutto nei cantieri di Rfi, il più grande committente italiano. Ad Alessandria saremo al fianco dei familiari che con coraggio stanno affrontando questa battaglia. Gli stessi che nella relazione di consulenza tecnica dei C.T.U. del P.M. hanno letto che “l’infortunio poteva essere evitato realizzando l’impermeabilizzazione integrale della nicchia con teli in PVC, come successivamente (all’infortunio mortale di Cucè) indicato dallo Spresal. Tale soluzione, da sola, avrebbe impedito l’ingresso e l’accumulo del metano nell’area di lavoro”. Gli stessi che qualche mese prima, con le indagini ancora in corso, avevano sentito il Commissario straordinario del Governo Calogero Mauceri attribuire all’ imperizia dei lavoratori l’infortunio mortale: un fatto gravissimo a cui non sono mai seguite scuse. I familiari meritano rispetto anche per tutto questo e il loro coraggio impone a tutti, a partire dalla magistratura, l’obbligo morale di andare fino in fondo nel ricercare le responsabilità per Salvatore e per tutti quelli come lui: le vittime di un dovere costituzionalmente garantito“.

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