28 Ottobre 2026
12:44
Comitato “Salviamo le cascine”: “Questione ambientale non può accettare compromessi”
PROVINCIA DI ALESSANDRIA – Alessandria deve fermarsi a riflettere. Lo dice il comitato “Salviamo le cascine” dopo la pubblicazione dei dati riportati nel rapporto Ecosistema Urbano 2026 di Legambiente e Ambiente Italia, realizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore. Il report, spiega, rappresenta un segnale che non può essere ignorato e che richiede una presa di posizione chiara da parte delle istituzioni, della politica e di tutti i soggetti
coinvolti nelle trasformazioni del territorio.
Secondo quei dati, Alessandria si colloca al 100° posto su 106 città capoluogo nella graduatoria complessiva, mentre, con riferimento specifico all’indicatore relativo al consumo di suolo e al suo uso efficiente, occupa il 98° posto. Un risultato che desta forte preoccupazione e che impone di interrogarsi sulle scelte urbanistiche, infrastrutturali ed energetiche che stanno interessando il territorio alessandrino.
“Non siamo di fronte a una semplice classifica. Dietro questi numeri c’è una questione concreta che riguarda la qualità della vita dei cittadini, la salvaguardia delle superfici agricole, la sicurezza idrogeologica, la tutela del paesaggio e le prospettive economiche delle future generazioni.
Il suolo non è una risorsa inesauribile. È un patrimonio collettivo, fondamentale per la produzione alimentare, la regolazione delle acque meteoriche, la conservazione della biodiversità, la mitigazione degli effetti delle ondate di calore e la resilienza dei territori di fronte ai cambiamenti climatici. Una volta impermeabilizzato o trasformato in modo irreversibile, recuperarlo alle sue funzioni originarie può risultare estremamente difficile, costoso o, in alcuni casi, impossibile. Per questo motivo, il dato relativo ad Alessandria non può essere liquidato come una semplice criticità statistica. Deve diventare l’occasione per un cambiamento concreto nelle politiche di gestione del territorio.
Tra i fattori di maggiore criticità figurano l’espansione degli insediamenti commerciali e logistici, la realizzazione di nuove piattaforme e il progressivo sviluppo delle infrastrutture viarie. Si tratta di trasformazioni che possono produrre effetti economici e occupazionali, ma i cui benefici non devono essere dati per scontati né possono giustificare qualsiasi sacrificio ambientale”.
Il comitato spiega ancora che “la questione centrale è capire quale modello di sviluppo si intenda perseguire per Alessandria e per il suo territorio. Un modello fondato sulla continua disponibilità di nuove superfici, sulla conversione di terreni liberi e agricoli e sull’aumento delle superfici impermeabilizzate rischia di generare costi ambientali e sociali che, nel medio e lungo periodo, possono superare i vantaggi immediati degli investimenti”.
Il tema su cui l’associazione invita a riflettere riguarda una valutazione sulle conseguenze di potenziali benefici iniziali. “Ogni nuovo insediamento deve essere valutato considerando non soltanto la sua utilità economica, ma anche il consumo di suolo che comporta, l’impatto sulla viabilità, le conseguenze sul sistema idraulico, la vicinanza agli abitati e la disponibilità di alternative localizzative“. Il Comitato invita quindi a “dare priorità al recupero delle aree dismesse, alla riqualificazione degli immobili esistenti, al riutilizzo dei capannoni inutilizzati e alla rigenerazione delle superfici già compromesse. Prima di occupare altro terreno libero, le amministrazioni devono dimostrare di avere verificato seriamente le possibilità di riuso del patrimonio costruito. Non possiamo accettare che la disponibilità di suolo venga considerata un vantaggio competitivo da sfruttare senza limiti, mentre i costi della perdita di territorio ricadono sull’intera collettività”.
Anche la transizione energetica non può cancellare la sensibilità sul rispetto del suolo come dimostra “la crescente diffusione degli impianti fotovoltaici a terra in aree agricole. La transizione energetica è indispensabile. Ridurre le emissioni climalteranti, aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e diminuire la dipendenza dalle fonti fossili sono obiettivi fondamentali per affrontare la crisi climatica. Ma proprio perché si tratta di una trasformazione necessaria, deve essere realizzata con intelligenza, equilibrio e una visione di lungo periodo. Il rischio è quello di affrontare una crisi ambientale contribuendo ad aggravarne un’altra: da una parte la necessità di decarbonizzare il sistema energetico, dall’altra la perdita progressiva di terreni fertili, superfici permeabili e paesaggi rurali. Gli impianti fotovoltaici a terra, quando interessano superfici agricole di pregio o aree strategiche per la continuità delle attività produttive, pongono interrogativi che non possono essere risolti limitandosi a considerare la quantità di energia che saranno in grado di generare. Occorre valutare attentamente la qualità dei terreni coinvolti, le colture praticate, la disponibilità di risorse idriche, la compatibilità con le attività agricole, la frammentazione delle aziende, gli effetti sul paesaggio e le conseguenze cumulative derivanti dalla concentrazione di più impianti nella stessa area. Un singolo progetto può apparire sostenibile se considerato isolatamente. La situazione cambia quando più interventi si sommano, occupando progressivamente ampie porzioni di territorio e modificando in modo significativo l’identità e l’equilibrio di un’area rurale.
È proprio questo il punto: non basta valutare ogni impianto singolarmente, bisogna considerare l’effetto complessivo che tutti gli interventi producono sul territorio. La moltiplicazione dei progetti può determinare una progressiva sottrazione di superfici all’agricoltura, una maggiore frammentazione del paesaggio e una crescente pressione sulle infrastrutture e sulle risorse locali. Questi effetti devono essere analizzati preventivamente, prima che la somma delle singole autorizzazioni produca trasformazioni difficilmente reversibili. Il terreno agricolo non è uno spazio vuoto in attesa di una destinazione più redditizia. È una risorsa produttiva, un elemento fondamentale dell’economia locale e una componente essenziale dell’equilibrio ambientale.
Le aziende agricole garantiscono produzione alimentare, manutenzione del territorio, conservazione delle conoscenze e delle tradizioni rurali e presidio delle aree extraurbane. La loro attività contribuisce anche a mantenere aperti gli spazi, conservare la struttura del paesaggio e contrastare l’abbandono delle campagne. Quando un terreno fertile viene sottratto alla produzione agricola per ospitare un impianto energetico, la decisione deve essere valutata considerando anche il valore delle funzioni che quel terreno svolgeva prima della trasformazione.
Non è sufficiente sostenere che il suolo rimanga fisicamente presente sotto i pannelli. Occorre capire quali funzioni vengano effettivamente conservate, quali vengano compromesse e quali siano le possibilità concrete di ripristino al termine della vita utile dell’impianto.
Inoltre, la possibilità tecnica di smantellare una struttura non garantisce automaticamente il recupero integrale della fertilità del terreno, della sua struttura, della capacità di infiltrazione delle acque e della continuità delle attività agricole.
Per questo motivo, la reversibilità degli interventi deve essere dimostrata attraverso valutazioni tecniche rigorose, garanzie finanziarie adeguate e obblighi di ripristino chiaramente definiti”.
La tutela dei terreni agricoli è percorribile grazie ad alternative “che devono essere esplorate con maggiore determinazione prima di destinare nuovi terreni agricoli alla produzione energetica. Tetti di edifici industriali e commerciali, coperture di magazzini, parcheggi, pensiline, aree produttive dismesse, superfici impermeabilizzate e siti già compromessi possono offrire opportunità significative per l’installazione di impianti fotovoltaici.
La priorità dovrebbe essere quella di valorizzare le superfici già costruite o trasformate, evitando di consumare nuovo suolo quando sono disponibili soluzioni compatibili con la tutela del territorio. Un programma serio di sviluppo delle rinnovabili dovrebbe partire da una ricognizione delle coperture esistenti, dalla verifica delle aree industriali inutilizzate e dalla promozione di impianti sulle strutture già presenti. Dovrebbe inoltre favorire le comunità energetiche, l’autoconsumo collettivo e la diffusione di sistemi che consentano di produrre energia vicino ai luoghi in cui viene consumata.
Anche l’agrivoltaico, quando realmente progettato per mantenere una produzione agricola significativa e continuativa, può rappresentare una soluzione da valutare. Tuttavia, non è sufficiente utilizzare questa denominazione per garantire la compatibilità tra energia e agricoltura. Servono progetti fondati su piani agronomici credibili, verifiche periodiche delle attività agricole, monitoraggi dei risultati e controlli sull’effettiva permanenza delle colture e della produttività. L’agricoltura non deve diventare una componente accessoria, mantenuta soltanto sulla carta per rendere accettabile un intervento prevalentemente energetico. La priorità deve rimanere chiara: utilizzare innanzitutto le superfici disponibili e meno sensibili, salvaguardando i terreni agricoli di maggiore valore e le aree che svolgono funzioni ambientali strategiche”.
Consumare suolo e terreno aggiunge il Comitato è rischioso anche a fronte dei cambiamenti climatici. In particolare “la preoccupazione per il consumo di suolo non riguarda soltanto il paesaggio o la disponibilità di terreni per le attività agricole. Riguarda direttamente anche la sicurezza delle persone e la capacità del territorio di affrontare eventi meteorologici intensi. L’impermeabilizzazione delle superfici riduce, in misura variabile a seconda delle caratteristiche dell’intervento, la capacità del terreno di assorbire e trattenere le precipitazioni. L’acqua tende così a defluire più rapidamente in superficie, aumentando la pressione sui sistemi di drenaggio e sulle reti idrauliche. In un contesto caratterizzato da fenomeni meteorologici estremi sempre più rilevanti, ogni nuova trasformazione deve essere valutata anche alla luce della sua incidenza sul comportamento idrologico del territorio.
Occorre evitare che la somma di interventi urbanistici, infrastrutturali ed energetici produca un’ulteriore riduzione della capacità naturale di assorbimento delle acque, soprattutto nelle aree già vulnerabili. La tutela del suolo è quindi anche una misura di prevenzione. Conservare superfici permeabili, proteggere le aree agricole e mantenere spazi verdi contribuisce alla resilienza territoriale e può ridurre la necessità di interventi correttivi più costosi in futuro. La pianificazione non può limitarsi a valutare la sostenibilità del singolo progetto: deve considerare gli effetti cumulativi, la capacità delle infrastrutture esistenti e le conseguenze per le comunità che vivono nelle aree interessate”.
Da tutta questa analisi emerge l’appello a istituzioni locali e regionali affinché “assumano un impegno concreto per invertire la tendenza al consumo di suolo e garantire maggiore trasparenza nelle decisioni che riguardano il futuro di Alessandria. Questo l’elenco di richieste avanzate:
1. Una strategia concreta per ridurre il consumo di suolo. È necessario definire obiettivi misurabili, tempi di attuazione e strumenti di monitoraggio, dando priorità alla rigenerazione urbana e al riutilizzo delle superfici già trasformate.
2. Una ricognizione delle aree agricole interessate dai progetti energetici. I cittadini devono poter conoscere la localizzazione degli interventi proposti, autorizzati e realizzati, le superfici coinvolte, la qualità dei terreni e gli effetti attesi sul sistema agricolo e ambientale.
3. Una valutazione cumulativa degli impianti fotovoltaici a terra. È indispensabile analizzare non soltanto i singoli progetti, ma anche la concentrazione degli interventi e le trasformazioni complessive che possono produrre sul paesaggio, sulle attività agricole e sulla disponibilità di suolo.
4. La priorità alle superfici già urbanizzate. Occorre incentivare concretamente il fotovoltaico sui tetti, sulle coperture industriali e commerciali, sulle pensiline e nelle aree dismesse o compromesse, evitando che i terreni agricoli diventino la soluzione più semplice per la realizzazione dei nuovi impianti.
5. Garanzie rigorose per i progetti agrivoltaici. Dove vengono proposti impianti che dichiarano di mantenere l’attività agricola, devono essere richiesti obiettivi produttivi verificabili, piani agronomici adeguati, controlli nel tempo e garanzie economiche per lo smantellamento e il ripristino delle aree.
6. Maggiore partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Le scelte che modificano in modo significativo il territorio devono essere accompagnate da informazioni accessibili, confronto pubblico e possibilità effettive di esprimere osservazioni prima che le decisioni diventino irreversibili.
7. La tutela delle aree agricole e paesaggistiche di maggior valore. La pianificazione deve individuare le superfici da preservare, considerando la qualità dei suoli, la continuità delle attività agricole, il rischio idraulico, la biodiversità e le caratteristiche del paesaggio.
8. Un controllo puntuale dei risultati. Non bastano gli annunci o gli obiettivi generici. Servono dati aggiornati, indicatori trasparenti e rendicontazioni periodiche che consentano di verificare se le politiche adottate stiano realmente riducendo il consumo di suolo.
In conclusione, “il dato che emerge dal rapporto Ecosistema Urbano 2026 deve diventare un punto di svolta, non l’ennesimo campanello d’allarme destinato a essere dimenticato. Non possiamo permettere che la perdita di suolo venga considerata un prezzo inevitabile del progresso. Non possiamo accettare che la produzione di energia rinnovabile si traduca, senza un’adeguata valutazione delle alternative, nella progressiva sottrazione di terreni all’agricoltura. E non possiamo continuare a trattare le aree libere come spazi disponibili per qualsiasi nuova trasformazione, senza considerare il valore delle funzioni che già svolgono. Difendere il suolo significa difendere il futuro delle attività agricole, la sicurezza idrogeologica, il paesaggio, la biodiversità e la possibilità di consegnare alle prossime generazioni un territorio ancora capace di produrre risorse e garantire benessere.
La transizione energetica deve essere una parte della soluzione alla crisi ambientale, non il motivo per aprire nuovi fronti di consumo indiscriminato del territorio. Per questo chiediamo alle istituzioni di assumere una posizione chiara, di rendere pubblici i dati e di mettere al centro delle proprie decisioni il principio del risparmio di suolo, della prevenzione e della responsabilità verso le generazioni future.
Alessandria non può rassegnarsi a occupare le ultime posizioni nelle classifiche ambientali. Deve scegliere di cambiare direzione, tutelando il proprio patrimonio agricolo e naturale e promuovendo uno sviluppo che non consumi le risorse da cui dipende il suo stesso futuro. Il territorio è un bene comune, e come tale deve essere difeso, pianificato e consegnato integro, per quanto possibile, a chi verrà dopo di noi”.