Il calcio di ieri, di oggi e quello che verrà: Paolo Condò ospite alla Canottieri di Casale Monferrato
CASALE MONFERRATO – Competenza, eleganza narrativa e una lunga esperienza vissuta sui campi di tutto il mondo. Paolo Condò è una delle firme più autorevoli del giornalismo sportivo italiano, voce e volto di Sky Sport, firma del Corriere della Sera e unico giurato italiano per il Pallone d’Oro. Da anni racconta il calcio attraverso le storie dei suoi protagonisti, le evoluzioni tattiche e i cambiamenti di un movimento che non smette di interrogarsi sul proprio futuro.
Proprio da questa domanda è partito l’incontro di venerdì 6 novembre alla Canottieri Casale, dove il giornalista è stato protagonista di un nuovo appuntamento del “Salotto Cano”, dal titolo “Sarà ancora il gioco più bello del mondo? Incontri, visioni e personaggi del calcio”. A moderare la serata Marco Imarisio, collega del Corriere della Sera, che ha accompagnato Condò in una conversazione durata oltre un’ora, tra analisi, aneddoti e ricordi. Un appuntamento accolto con grande entusiasmo e partecipazione, con numerosi interventi anche da parte del pubblico.
Il primo tema affrontato è stato quello della trasformazione del calcio moderno. Un gioco sempre più offensivo, ricco di gol e spettacolo, ma nel quale sembra essersi progressivamente perso il valore della fase difensiva. «È diventato il più grande spettacolo del mondo», ha osservato Condò, evidenziando come attorno al pallone si sia sviluppata un’industria economica enorme, alimentata dai diritti televisivi e da stadi sempre più orientati anche al business. Le modifiche regolamentari, dal divieto di raccogliere con le mani il retropassaggio fino all’introduzione del Var, hanno contribuito a favorire gli attaccanti. E anche il mercato segue questa tendenza: «Quanti soldi costa un attaccante sul mercato internazionale e quanti soldi costa un difensore? È matematica».
Da qui la riflessione sui grandi difensori del passato e sull’importanza di tornare a insegnare ai giovani anche l’arte di difendere. Senza rinunciare alla costruzione dal basso, ma ricordando che non sempre è necessario rischiare un passaggio in più: a volte un pallone lungo può essere la soluzione migliore.
I grandi modelli e il mito del calcio di una volta
Il confronto tra passato e presente ha portato Condò a ricordare due delle esperienze calcistiche più significative che ha avuto la fortuna di seguire: il Milan di Arrigo Sacchi e il Barcellona di Pep Guardiola. Del primo ha raccontato anche gli inizi, quando molti giornalisti guardavano con scetticismo all’arrivo sulla panchina rossonera di un allenatore proveniente dal Parma. Sacchi riuscì invece a rivoluzionare il gioco, imponendo una difesa altissima, pressing continuo e una squadra capace di continuare ad attaccare anche dopo essere passata in vantaggio.
Un’identità forte, come quella del Barcellona di Guardiola, nel quale al talento di Messi, Iniesta, Xavi e Busquets si univa il valore dei giocatori cresciuti nella cantera. Un modello di appartenenza che, secondo Condò, in Italia fatica ancora ad affermarsi.
Il giornalista ha però invitato a non idealizzare il calcio di una volta: «Io non credo all’esistenza di un’età dell’oro». Ogni epoca ha avuto i propri problemi e spesso la nostalgia nasce dalla tendenza a considerare irripetibili gli anni della propria giovinezza.
La crisi italiana, i giovani e i nuovi allenatori
Inevitabile il passaggio sulle difficoltà del calcio italiano e sulle mancate qualificazioni ai Mondiali. Per Condò il problema non riguarda soltanto gli errori commessi nelle singole partite, ma soprattutto la struttura del movimento: dalla formazione alla valorizzazione dei talenti italiani, fino ai costi che oggi le famiglie devono sostenere per far giocare i propri figli.«Una volta si giocava a calcio gratis e adesso bisogna pagare per entrare nelle accademie». Da qui, per lui, la necessità di distinguere i percorsi del calcio d’élite da quelli del calcio di base, affinché tutti possano avere la possibilità di giocare senza sentirsi esclusi.
Uno sguardo anche alle nuove generazioni di allenatori. Tra i nomi più interessanti, Condò ha indicato Cesc Fàbregas, alla guida del Como, apprezzandone il progetto tecnico e la possibilità di lavorare con continuità. Proprio il tempo è una risorsa che spesso manca alle grandi società italiane, dove la necessità di vincere subito rende complicato programmare a lungo termine. Per diventare un grande allenatore, però, non basta proporre un bel calcio: bisogna anche saper gestire la pressione. «I grandi rendono di più sotto pressione», ha sottolineato, citando come esempio il giovane talento della Formula 1 Kimi Antonelli.
Tra gli altri temi affrontati, anche il ciclo dei nove scudetti consecutivi della Juventus e la sua successiva crisi. Secondo Condò, l’ingaggio di Cristiano Ronaldo, nato con l’ambizione di conquistare la Champions League, ha contribuito a modificare gli equilibri dello spogliatoio. Da quel momento, tra continui cambi di allenatore e progetti tecnici differenti, la società ha progressivamente perso la continuità che aveva caratterizzato gli anni dei grandi successi.
Non è mancato un passaggio sul Pallone d’Oro, con Condò che ha raccontato i criteri alla base del proprio voto, spiegando la scelta di Kylian Mbappé: nata dalla forza del fuoriclasse francese, ma anche dal timore che farà sempre più fatica a vincere il premio individuale più importante nel calcio.
Insomma, se il calcio continuerà a essere lo sport più bello del mondo non è dato saperlo con certezza. Di certo, come ha raccontato Condò, è uno sport in continua trasformazione, attraversato da contraddizioni, nuove tendenze e problemi ancora da risolvere. Ma proprio nella sua capacità di cambiare, reinventarsi e continuare ad appassionare milioni di persone sta forse il segreto della sua forza.