21 Settembre 2026
05:09
Oltre la sagra: quale futuro per il turismo e l’economia dell’Oltrepò Pavese?
VOGHERA – Può un piatto tradizionale trasformarsi nell’infrastruttura culturale ed economica capace di ridisegnare il destino turistico delle nostre colline e delle nostre città di pianura? In un momento storico in cui l’Oltrepò Pavese si interroga con urgenza su come arginare lo spopolamento, superare la frammentazione economica e costruire un’attrattività turistica solida e non stagionale, la risposta arriva da una prospettiva inedita: l’antropologia del cibo.
La riflessione trova spazio nel recente volume internazionale Heritage and festival entanglements: Changing values, identities, and practices, curato da Florence Graezer Bideau e Peter Bille Larsen per i tipi di LetteraVentidue Edizioni. Il libro esplora a livello globale come le feste e i festival contemporanei non siano semplici vetrine folkloristiche, ma veri e propri nodi in cui si ridefiniscono valori, identità e patrimoni immateriali. All’interno dell’opera spicca il contributo di Michele Filippo Fontefrancesco, docente di antropologia culturale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dedicato alla reinvenzione della Festa del Ringraziamento di Voghera. Nel capitolo, Fontefrancesco documenta l’esperienza applicata condotta tra il 2021 e il 2023. Nata in collaborazione con realtà del terzo settore come Voghera Solidale Grup, l’Istituto Tecnico Agrario C. Gallini, le associazioni di categoria e il consorzio del Salame di Varzi DOP, la manifestazione ha saputo riattivare un rito agricolo e civico in declino, riportando la campagna e i suoi produttori nel cuore della città, in Piazza Duomo. Dalla riscoperta della schita della tradizione contadina alla genesi partecipata delle Oltrepizze, create valorizzando il peperone di Voghera, il salame di Varzi DOP, la carne di vacca varzese, la cipolla di Breme e la zucca berrettina, il cibo si è dimostrato un formidabile mediatore di senso e di coesione civica.
Per comprendere la portata di questo approccio per il futuro dell’intero Oltrepò, abbiamo intervistato il professor Michele F. Fontefrancesco.
D: Professor Fontefrancesco, partiamo da una domanda cruciale per il nostro territorio: l’Oltrepò possiede una straordinaria ricchezza enogastronomica, eppure fatica spesso a tradurla in un modello stabile di sviluppo turistico ed economico. Cosa manca a questa transizione?
R: «Spesso commettiamo l’errore di considerare il cibo unicamente come una merce o come il pretesto per un consumo domenicale edonistico e distratto. L’Oltrepò ha filiere di eccellenza, ma per troppo tempo le ha vissute in modo isolato: la collina vitivinicola separata dalla pianura orticola e cerealicola, il mondo contadino distante dai centri urbani come Voghera. Se vogliamo costruire un’economia turistica duratura, il patrimonio gastronomico deve riacquisire una piena dignità culturale. Il cibo non è solo sapore: è una risorsa narrativa, un’interfaccia culturale che racconta la cura del paesaggio, il lavoro e l’identità di una comunità. Senza questa consapevolezza, le nostre produzioni rischiano di rimanere semplici materie prime a basso valore aggiunto anziché diventare motori di attrattività territoriale».
D: Nel volume internazionale di LetteraVentidue analizza il caso della Festa del Ringraziamento di Voghera. Che cosa ha rappresentato quell’esperienza?
R: «È stato un esercizio di antropologia applicata. Negli anni Cinquanta, la Giornata del Ringraziamento istituita dalla Coldiretti rappresentava un momento forte di visibilità pubblica del mondo rurale. Nei decenni successivi si era progressivamente ridotta a un rito chiuso, quasi privato. Riportare i trattori, i mercati contadini e le degustazioni in Piazza Duomo, affiancandoli a momenti di confronto scientifico e formativo con gli studenti dell’Istituto Gallini e dell’ENAIP, ha permesso di riallacciare un dialogo interrotto tra una città storicamente industrializzata e il suo entroterra rurale. La festa ha operato come uno spazio vivo capace di creare relazioni, generare nuova consapevolezza e rigenerare legami sociali».
D: Ma a cosa serve una festa gastronomica per un territorio?
R: «In Italia persiste una visione gerarchica che riserva l’etichetta di “cultura” solo alle arti elitarie (il teatro, la musica classica, la letteratura d’autore) relegando le sagre popolari a mero folklore ricreativo o a cibo a buon mercato. Ma la cultura è ciò che dà senso al nostro abitare il mondo. Quando una festa smette di essere solo somministrazione di calorie e diventa un luogo in cui si raccontano le storie dei produttori, si attivano economie affettive e si mobilitano scuole, botteghe e istituzioni in un progetto corale, allora quella sagra compie una funzione pienamente culturale. Essa assolve a quattro funzioni decisive: contrasta la marginalizzazione, crea socializzazione intergenerazionale, attua una riterritorializzazione simbolica del luogo e funge da incubatore economico. Questi sono i grandi contributi che anche la più semplice delle manifestazioni possono dare per far crescere una realtà locale.».
D: Dalla “schita” alle “Oltrepizze”: la tradizione culinaria non rischia di snaturarsi quando viene reinventata?
R: «La tradizione non è un reperto archeologico da custodire sotto una teca di vetro; è un processo vivo. La schita, piatto poverissimo a base di farina e acqua cotto nel lardo o nell’olio, se abbinata al Salame di Varzi DOP o presentata in piazza dai maestri degli Alpini e dagli studenti di cucina, ridiventa un simbolo identitario contemporaneo. Nel 2023 abbiamo fatto un passo ulteriore, ideando le Oltrepizze: pizze d’autore, guarnite con eccellenze locali come la cipolla di Breme, il peperone di Voghera e la carne varzese. Il fatto che alcune pizzerie locali abbiano continuato a tenerle nei loro menù anche dopo la festa dimostra che la reinvenzione culinaria, se partecipata e radicata, non snatura la memoria, ma genera nuova economia e orgoglio territoriale».
D: Quale lezione trae l’Oltrepò dalle sue ricerche per i suoi progetti futuri?
R: «L’esperienza dimostra che le comunità locali hanno nelle proprie mani gli strumenti per reagire a quella che definisco “atmosfera apocalittica” dovuta al declino demografico ed economico. Serve però superare l’individualismo. La forza di Voghera è nata dalla convergenza tra il mondo della scuola, il terzo settore, i commercianti dell’Ascom, gli artigiani, i consorzi e le istituzioni locali. Se l’Oltrepò saprà fare sistema attorno ai suoi patrimoni gastronomici, restituendo loro voce, rigore scientifico e dignità narrativa, il cibo potrà davvero guidare una transizione ecologica ed economica sostenibile. La tavola comune non è il punto di arrivo di una festa domenicale, ma il cantiere da cui ripartire per costruire il futuro del territorio».
Per approfondire:
Fontefrancesco, M. F. (2026). Re-inventing the Thanksgiving Festival of Voghera: The intersection of festivals, food heritage, and territory. In F. Graezer Bideau & P. B. Larsen (Eds.), Heritage and festival entanglements: Changing values, identities, and practices (pp. 81–94). LetteraVentidue Edizioni.
Fontefrancesco, M. F. (2025). When Does a Local Food Festival Become a Cultural Festival? Reframing the Sagra as Community Device in Contemporary Italy. Comunicazioni sociali, (3), 313–325. DOI: 10.26350/001200_000255.
Foto di NGUYỄN THỊ THY da Pixabay