18 Maggio 2026
12:15
Vento porta il catrame sulle strade bianche: “Sicuri sia stata una buona idea?”
PROVINCIA DI ALESSANDRIA – Quando si parla di asfaltature solitamente tutti gioiscono. Percorrere strade senza buchi per gli automobilisti è sempre più difficile e le proteste ormai all’ordine del giorno. Ci sono però dei casi in cui usare il catrame fa discutere e forse non è una buona idea. La riflessione è del professore di Fisica dell’Università del Piemonte Orientale, Pietro Antonio Grassi. Il suo ragionamento, che vi proponiamo di seguito, focalizza l’attenzione sugli interventi recenti compiuti lunga la via ciclabile Vento che unisce Torino a Venezia. I dubbi sono legati alle massicce asfaltature che hanno snaturato le caratteristiche strade bianche del territorio alessandrino. Grassi si chiede se si stata opportuna un’azione di questo tipo vista anche la reale sostenibilità di una manutenzione adeguata. Ecco il suo pensiero:
“La percorro spesso con la mia bici da corsa. Ma lo facevo anche prima, con la mountain bike o a piedi, quando al posto della VenTo c’era un semplice sentiero. Un sentiero che collegava Casale Monferrato a Valenza, costruito sull’argine del Po, in posizione sopraelevata rispetto all’argine principale che protegge i paesi tra Casale e Valenza: Frassineto Po, Valmacca, Ticineto, Pomaro e le piccole frazioni circostanti. Da qualche anno, grazie a un progetto di un team di architetti, ingegneri e urbanisti del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, si sta realizzando una ciclovia che dovrebbe collegare Torino a Venezia lungo il Po. In teoria, l’idea non è affatto negativa: nell’ottica di promuovere un turismo più lento e consapevole, anche in zone meno frequentate ma non per questo meno belle, è un progetto che ha una sua logica. Tuttavia, ogni volta che percorro quel tratto, non riesco a non pensare a ciò che c’era prima: un sentiero semplice, naturale, senza nulla di tecnico o complicato, e neppure particolarmente fangoso grazie alla ghiaia. Non capisco perché sia stato necessario sostituirlo con una base in cemento e uno strato di asfalto, trasformandolo di fatto in una strada. Perché non lasciare quel tracciato naturale, immerso nei pioppeti? Il sentiero conservava il suo fascino: l’erba, i conigli, il contatto diretto con la natura. Inoltre, richiedeva una manutenzione minima.
Perché si è scelto di cementificare un altro spazio naturale, antropizzando un luogo che non ne aveva bisogno? Chi lo ha deciso? Ogni volta che passo, vedo poche persone: qualche ciclista, spesso su mountain bike che avrebbero potuto percorrere senza problemi il vecchio sentiero, e qualche camminatore. D’estate, la striscia di asfalto diventa rovente, rendendo difficile camminare o pedalare; d’inverno si trasforma in una lastra di ghiaccio, spesso impraticabile. Forse si è pensato che una superficie asfaltata fosse “migliore” di un sentiero naturale, perché più semplice da percorrere. Ma perché dobbiamo sempre rendere tutto facile e accessibile? Perché la fatica — anche solo quella di prestare attenzione a dove si mettono i piedi — viene vista come qualcosa di negativo? Perché tendiamo sempre al minimo sforzo, invece di riscoprire il valore di un percorso più autentico, magari imperfetto, con qualche pozzanghera o un po’ di ortiche?
C’è poi la questione economica. È evidente che un’opera del genere comporta costi significativi: materiali, manodopera, realizzazione. Non sarebbe stato più utile destinare queste risorse alla manutenzione delle strade nei centri urbani, lasciando invece intatti gli spazi naturali? Inoltre, l’asfalto richiede una manutenzione costante. Per garantire il passaggio a chi si aspetta una superficie “pulita”, sarà necessario intervenire regolarmente per rimuovere erba e vegetazione. Senza una cura continua, l’asfalto verrà rapidamente deteriorato, soprattutto ai bordi, dove la vegetazione avanzerà inevitabilmente. Tra qualche anno sarà necessario rifare il manto, con ulteriori costi. Cui prodest? Certamente le imprese coinvolte hanno tratto beneficio dalla realizzazione dell’opera, com’è naturale. Ma in futuro, chi si farà carico della manutenzione? Chi finanzierà interventi periodici lungo l’intera ciclovia?
Credo che l’Italia non abbia sempre bisogno di nuove infrastrutture per essere scoperta e apprezzata. Proprio oggi, percorrendo un altro sentiero — sull’argine opposto — ho incontrato due ragazzi in bicicletta, diretti da Brema a Genova passando per strade secondarie e sentieri. Forse affronteranno anche tratti asfaltati, ma il contatto diretto con il terreno, con la ghiaia, con la natura, offre un’esperienza più autentica e profonda del territorio. I profumi, le piante spontanee, l’erba che cresce lungo i sentieri — dove si possono trovare camomilla e persino orchidee selvatiche — rappresentano un patrimonio prezioso, che non dovrebbe essere sacrificato in nome dell’asfalto.
Abbiamo davvero sempre bisogno di trasformare il territorio? O basterebbe, più semplicemente, indossare un paio di scarpe o salire su una bici per esplorarlo nella sua forma più naturale? Sono domande, riflessioni, critiche che mi accompagnano ogni volta che percorro la VenTo“.