24 Maggio 2026
12:28
La poesia concreta di Pino Petruzzelli a La casa in collina. Recensione di “La terra degli ulivi”
CASTAGNOLE MONFERRATO – Una poesia concreta, quella degli ulivi, solida e contorta come radici e rami. La stessa concretezza di “La terra degli ulivi”, il monologo di Pino Petruzzelli che ha debuttato in anteprima, ieri 23 maggio, a “La casa in collina”, il minifestival a Casa degli Alfieri ideato da Lorenza Zambon.
Oggi, domenica 24 maggio, “La casa in collina” proseguirà per tutto il pomeriggio e culminerà con lo spettacolo di Zambon che prende vita dal libro-testamento di Pia Pera, per terminare con l’aperitivo sull’aia, in un ultimo momento che coronerà il programma di teatro, natura e convivio che da sempre caratterizza il festival.
“La terra degli ulivi” si basa su una quantità di interviste svolte in tutt’Italia, su storie raccolte e su quella della famiglia dell’autore. La spina dorsale è la terra, sono gli ulivi coltivati con enorme fatica e con rispetto, in quel rapporto tra uomo e natura che rappresenta il passato che ha permesso il farsi del presente.
Petruzzelli parla in prima persona e il suo narrare inizia in Puglia per trasferirsi in Liguria, in un’epoca non così lontana, eppure segnata dalla fame e dal lavoro nei campi fin dall’infanzia. Chi racconta non ha un nome, mentre ce l’hanno Adelina, la giovane che diventerà sua moglie e il figlio Armando. Solo il finale rivelerà che si tratta del nonno del protagonista, ma il suo rimanere innominato ne fa una memoria collettiva. E’ una storia di grande sofferenza e di enormi sacrifici, ma anche di solidarietà, di amore, di lavoro e di speranza.
Nel giardino un po’ selvatico di Casa degli alfieri è ormai buio e solo un filo di luce calda illumina i profili delle colline. La scenografia è fatta di alberi e di foglie: non sono ulivi, ma è una natura generosa e difficile, non certo addomesticata come quella dei giardini geometrici o dei prati inglesi. Non è difficile, sotto rami antichi, immaginare gli “ulivi contorti opulenti di forza” di Giovanni Boine e le “radici… che permettono di camminare con più sicurezza”. Perché affonda nelle radici “La terra degli ulivi”, ma da lì avanza verso un futuro che oggi è presente grazie a colpi di zappa e tanta concreta dedizione alla terra.
Petruzzelli inizia a raccontare con una venatura anziana nella voce, per poi passare allo stupore del bambino che già lavora alla raccolta delle olive e, dall’albero, vede tutto dall’alto. Attraversa momenti di forte dolore e di tenerezza, si moltiplica in più personaggi con la cadenza pugliese oppure ligure. Infine fa confluire quella che pare una saga familiare in una storia corale, dando la parola a ragazzi di paese e a mondine che, dal vercellese, si spostavano in Liguria per la raccolta novembrina delle olive, insomma ad una parte di umanità.
Come quella dell’ulivo (”albero sacro della fame”), anche questa è poesia concreta, priva di enfasi o di spettacolarizzazione del sacrificio. E’ un’epica di piccole grandi imprese che ha una sua eroicità nella resistenza, nella dignità e nell’ingegno, soprattutto nella coesistenza e nel rispetto della natura. E il buio riporta alle colline del Monferrato, altro paesaggio oggi dolce, perché reso tale da chi ci ha preceduto, i nonni cui Petruzzelli rende grazie al termine del suo lavoro. La città è ancora lontana e così l’inquinamento acustico e luminoso, ancora per un poco quel mondo così remoto (eppure solo apparentemente) sembra abitare qui, vicino alla terra e agli alberi che ci sopravvivono e tutto vedono.