31 Maggio 2026
05:42
Elezioni: l’analisi del professor Fontefrancesco sul voto disgiunto “impalpabile e affascinante”
PROVINCIA DI ALESSANDRIA – A una settimana esatta dal ballottaggio elettorale di Valenza proponiamo l’analisi del professor Michele Filippo Fontefrancesco “sull’impalpabilità del voto disgiunto“. Già sindaco di Lu, Fontefrancesco insegna Antropologia Culturale ed Etnologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
“In questi giorni, a livello nazionale e ancora di più nel nostro territorio provinciale si sta discutendo tanto di voti disgiunti. Questo termine per molti elettori è ancora un mistero, seppure questa opzione da un lato rappresenti la massima espressione della libertà dell’elettore, ma dall’altro si trasforma in un vero e proprio “fantasma” per gli analisti, privo di una certificazione ufficiale nei registri dello Stato. Cos’è il voto disgiunto di cui si parla? Guardiamo alla realtà delle elezioni amministrative di Comuni sopra i 15 mila abitanti, in cui questa possibilità di voto è possibile”.
“Nel sistema elettorale attuale, per i Comuni con popolazione superiore ai 15 mila abitanti, il cittadino si trova davanti a una scheda che unisce l’elezione diretta del Sindaco e quella del Consiglio comunale. In questo contesto, la legge prevede tre opzioni di voto. La prima consiste nel tracciare un segno solo sul nome del candidato Sindaco. La seconda permette di tracciare un segno su una lista coalizzata, estendendo automaticamente il voto al Sindaco collegato. La terza opzione è il voto disgiunto vero e proprio, che si realizza tracciando un segno sul nome di un candidato Sindaco e, contemporaneamente, un altro segno su una lista circoscritta a una coalizione diversa o avversaria rispetto a quel Sindaco. Questa possibilità permette all’elettore di premiare la figura apicale di uno schieramento e, al contempo, il programma o i candidati consiglieri di un altro, slegando il giudizio sulla persona da quello sul partito.
Il voto, per dettato costituzionale, è personale, eguale, libero e segreto. Ed è proprio per preservare questa segretezza che il dato puntuale sul voto disgiunto non viene censito dai verbali elettorali ufficiali. Se i verbali dovessero registrare analiticamente ogni singola combinazione di voto espressa sulle schede, ad esempio incrociando lo specifico Sindaco con una determinata lista civica e la relativa preferenza, in seggi con pochissimi votanti si rischierebbe di risalire facilmente all’identità dell’elettore. Il tema della riconoscibilità del voto è centrale nella legislazione italiana, poiché evitare che una combinazione troppo specifica diventi un segno di riconoscimento, magari per verificare l’adempimento di un voto di scambio, è una priorità assoluta rispetto alla fame di statistiche dei flussi elettorali.
I verbali compilati dai presidenti di seggio, infatti, hanno uno scopo puramente istituzionale e raccolgono solo i dati ufficiali relativi alle operazioni di voto e scrutinio, fondamentali per la proclamazione degli eletti. Nello specifico, la legge prevede che i documenti riportino esclusivamente i risultati dello scrutinio, intesi come il numero complessivo di voti validi attribuiti a ciascuna lista o candidato sindaco presi singolarmente, i voti di preferenza e il totale dei voti non validi, come le schede bianche e nulle. Vengono poi registrati i dati di affluenza, che includono il numero degli elettori iscritti, il numero dei votanti e il numero delle schede rimanenti, con l’accertamento matematico della loro corrispondenza. Il verbale dedica spazio anche alle contestazioni e alle irregolarità, segnalando eventuali proteste, i reclami dei rappresentanti e le decisioni provvisorie adottate dal presidente del seggio durante le operazioni. Infine, vi si trovano i dati identificativi, ovvero le firme dei componenti dell’Ufficio elettorale, come il presidente, i scrutatori e il segretario, insieme a quelle dei rappresentanti di lista presenti. Questi verbali, una volta sigillati, vengono trasmessi agli Uffici elettorali provinciali o circoscrizionali per l’elaborazione definitiva e la successiva proclamazione. Hanno natura di atto pubblico e costituiscono piena prova fino a querela di falso. In essi, la traccia del voto disgiunto si disperde nei grandi numeri aggregati, poiché sappiamo quanti voti ha preso il sindaco e quanti le liste, ma non l’esatta geografia interna delle singole schede incrociate.
Se le istituzioni non lo registrano, sorge spontaneo chiedersi come facciano i media e i partiti a sostenere che il voto disgiunto abbia pesato in specifiche quote percentuali. La risposta sta nel lavoro sul campo durante lo spoglio. Chi raccoglie e quantifica questo dato sono generalmente i rappresentanti di lista dei partiti o i giornalisti fisicamente presenti ai seggi durante lo scrutinio. Carta e penna alla mano, mentre il presidente di seggio mostra le schede e legge ad alta voce i voti, gli osservatori annotano privatamente i flussi e le anomalie riscontrate, come la scelta di un Sindaco di centrodestra abbinata a una lista di centrosinistra. Si tratta però di una raccolta di dati informale, empirica e priva di qualsiasi validazione ufficiale. Le tabelle che i partiti elaborano nei loro comitati elettorali la notte dello spoglio sono stime preziose per l’analisi politica, ma non hanno alcun valore legale e soprattutto sono spesso imprecise e lacunose dato che non è detto che il lavoro di censimento sia fatto in tutti i seggi e venga fatto con accuratezza da rappresentanti. Così, il voto disgiunto resta un’ombra affascinante: decisivo nelle urne, ma impalpabile nella sua natura quantitativa, soprattutto nelle città dove i partiti con difficoltà riescono oggi a organizzare capillari presidi di persone preparate al censimento di questo dato”.
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