8 Settembre 2026
05:54
L’alessandrina Butera indica il futuro della sicurezza: la polizia predittiva grande opportunità
ALESSANDRIA – Paola Butera, alessandrina, è il Vice Comandante dell’istituto penitenziario di Torino e ha recentemente pubblicato un libro dedicato al tema della polizia predittiva applicata al contesto penitenziario (Polizia predittiva: innovazione e analisi nell’esecuzione della pena). L’approfondimento però è uno sguardo ampio a un futuro prossimo che integra le sempre maggiori potenzialità delle nuove tecnologie alla gestione della sicurezza. Il suo focus svela le potenzialità di un ecosistema già ora in grado di alleggerire situazioni complicate all’interno degli istituti carcerari ma anche di prevedere e prevenire scenari critici nella gestione dell’ordine pubblico. Come spiega Butera nell’intervista che vi proponiamo di seguito già oggi, dagli istituti detentivi, derivano moltissime informazioni preziose capaci di migliorare la gestione di queste strutture ma anche di affinare la comprensione dei fenomeni legati alla criminalità. La tecnologia quindi è una grande risorsa che va usata al meglio, mantenendo come stella polare la sicurezza dei cittadini, a cominciare dalla privacy. Ecco l’intervista:
Cominciamo dal suo libro. Perché lo ha scritto e a chi è rivolto?
Ho scritto questo libro partendo da una domanda molto concreta: come possiamo utilizzare la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie per affrontare meglio alcuni dei problemi che quotidianamente caratterizzano il sistema penitenziario?
Non volevo però scrivere soltanto un libro sulla tecnologia. Mi interessava soprattutto capire come questi strumenti possano diventare un supporto concreto per chi lavora nella sicurezza, aiutando gli operatori a gestire una realtà sempre più complessa, a leggere meglio le informazioni e, quando possibile, ad anticipare alcune situazioni di rischio.
Il libro si rivolge quindi innanzitutto a chi opera nel sistema penitenziario e della sicurezza, ma anche a chi si occupa di organizzazione, formazione, tecnologia e innovazione nella pubblica amministrazione. In fondo, il tema riguarda tutti: il modo in cui utilizzeremo queste tecnologie avrà conseguenze non soltanto sul lavoro degli operatori, ma sulla sicurezza e sulla qualità delle decisioni che riguardano la collettività.
Partiamo dal concetto di “polizia predittiva”: che cosa si intende con questa espressione?
La polizia predittiva è un modello operativo e, prima ancora, un diverso approccio alla sicurezza, che integra capacità umana, dati, analisi e strumenti tecnologici per migliorare la prevenzione e la gestione del rischio. È importante chiarire che polizia predittiva e intelligenza artificiale non sono la stessa cosa. L’IA è uno degli strumenti che possono potenziare questo approccio, elaborando grandi quantità di dati e aiutando a individuare correlazioni, anomalie e possibili fattori di rischio.
Predire non significa prevedere con certezza ciò che accadrà, ma stimare una probabilità. È quindi fondamentale distinguere tra predizione e prevenzione: la prima individua un possibile rischio, la seconda utilizza queste informazioni, insieme all’esperienza e alla valutazione dell’operatore, per decidere come intervenire.
Oggi, in molti casi, il sistema penitenziario è costretto a lavorare prevalentemente sull’emergenza, un po’ come accade in un pronto soccorso: bisogna intervenire continuamente sulle situazioni che si presentano e questo lascia inevitabilmente meno tempo e risorse per l’analisi e la prevenzione. La polizia predittiva può contribuire a cambiare questa prospettiva, permettendoci di utilizzare meglio le informazioni per individuare segnali e fattori di rischio prima che l’evento si verifichi e arrivare quindi più preparati alla gestione dell’emergenza. In sintesi: l’IA è uno strumento di supporto, la polizia predittiva è il metodo.
In quali ambiti si può applicare il concetto di polizia predittiva?
Gli ambiti sono potenzialmente numerosi, perché un approccio predittivo può essere applicato ogni volta che disponiamo di informazioni sufficienti per analizzare fenomeni, ricorrenze e fattori di rischio. Nel contesto penitenziario penso, ad esempio, alla prevenzione degli eventi critici, all’analisi delle movimentazioni e dei flussi, alla sicurezza degli istituti, alla gestione delle risorse, alla progettazione delle strutture, ma anche all’individuazione di situazioni di disagio e di vulnerabilità.
Un altro ambito interessante è quello della prevenzione della corruzione e degli illeciti: l’analisi dei processi, degli accessi, dei flussi, delle movimentazioni economiche e delle relazioni può contribuire a individuare anomalie e vulnerabilità dell’organizzazione.
Naturalmente ogni applicazione deve essere valutata con attenzione, soprattutto quando riguarda direttamente le persone. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è automaticamente opportuno.
Facciamo degli esempi concreti nel suo ambito. In un istituto detentivo come può agire questa tecnologia?
Prima ancora di parlare di intelligenza artificiale dobbiamo affrontare una questione che considero fondamentale: quella della digitalizzazione del sistema.
Oggi esiste ancora una significativa frammentazione delle informazioni e, in alcuni ambiti, continuiamo a utilizzare procedure e strumenti cartacei che rallentano i processi e rendono più difficile integrare le informazioni. Penso, ad esempio, alla registrazione delle movimentazioni, alla gestione documentale e a tutte quelle attività che richiedono tempi e passaggi che potrebbero essere semplificati attraverso strumenti digitali adeguati.
Il primo obiettivo, quindi, deve essere quello di potenziare e adeguare la struttura informatica alle reali necessità operative. Solo dopo aver costruito una base digitale solida possiamo sviluppare sistemi più avanzati di analisi e di intelligenza artificiale. A quel punto sarà possibile, per esempio, mettere in relazione informazioni relative alle movimentazioni, agli accessi, agli eventi che si verificano all’interno dell’istituto e ad altri fattori di rischio, così da individuare ricorrenze, anomalie o situazioni che meritano maggiore attenzione.
Penso anche alla possibilità di analizzare, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge, le movimentazioni economiche e altri flussi informativi per individuare eventuali schemi anomali che possano essere collegati a traffici, illeciti o comportamenti non consentiti.
Un altro ambito particolarmente importante riguarda la prevenzione del suicidio e dell’autolesionismo. In questo caso la tecnologia potrebbe potenziare gli attuali protocolli di valutazione e gestione del rischio suicidario, sviluppati anche attraverso la collaborazione con le strutture sanitarie territoriali, mettendo a disposizione ulteriori elementi utili per individuare tempestivamente situazioni di vulnerabilità.
Lo stesso principio può essere applicato alla prevenzione e alla gestione degli eventi critici. Quando parlo di eventi critici, penso a rivolte, barricate, aggressioni, atti di autolesionismo, incendi, proteste e ad altre situazioni che possono mettere a rischio la sicurezza delle persone e dell’istituto. In una prospettiva più ampia, quindi, l’obiettivo è elevare i livelli di sicurezza interna ed esterna, migliorando la capacità di prevenire e contrastare illeciti, traffici, tentativi di evasione e altre criticità.
Ma sottolineerei ancora una volta un principio: il sistema non deve dire all’operatore che cosa pensare o chi considerare responsabile. Deve fornirgli più informazioni, meglio organizzate e meglio analizzate, affinché possa svolgere con maggiore efficacia il proprio lavoro e assumere decisioni più consapevoli.
È questa una soluzione che può ovviare ai noti problemi di carenza di organico negli istituti?
No, e sarebbe un errore pensarlo. La tecnologia non può sostituire il personale che manca negli istituti penitenziari. Può però contribuire ad alleggerire il carico di lavoro degli operatori, ed è un’esigenza che considero particolarmente importante.
Se continuiamo a impiegare tempo e risorse in attività che potrebbero essere informatizzate o automatizzate, sottraiamo energie alle funzioni che richiedono necessariamente la presenza, l’esperienza e la valutazione dell’operatore. Il superamento di alcune procedure cartacee, la digitalizzazione della registrazione delle movimentazioni, una migliore gestione delle informazioni e l’integrazione dei dati possono già produrre un miglioramento concreto.
Successivamente, strumenti di analisi avanzata potranno consentire di fare un ulteriore passo avanti: non soltanto registrare ciò che accade, ma utilizzare le informazioni disponibili per comprendere meglio ciò che sta accadendo e individuare possibili situazioni di rischio.
Quindi non penso alla tecnologia come a un sostituto dell’organico, ma come a uno strumento capace di moltiplicare le capacità degli operatori e permettere loro di concentrare maggiormente il proprio lavoro sulle attività che richiedono competenza, esperienza e presenza sul campo.
Il timore diffuso è che demandare troppo ad algoritmi e IA disumanizzi le scelte e possa determinare un controllo troppo legato alle nuove tecnologie. È così?
Il rischio esiste se utilizziamo la tecnologia nel modo sbagliato. Ma la soluzione non è rinunciare alla tecnologia: è stabilire con chiarezza quale deve essere il suo ruolo.
Un algoritmo può elaborare dati, individuare correlazioni e segnalare una situazione di possibile rischio. Non può però comprendere integralmente una persona, il contesto nel quale si trova e tutte le conseguenze di una decisione.
Soprattutto nel sistema penitenziario dobbiamo evitare che una valutazione probabilistica diventi un’etichetta definitiva. Una probabilità non può trasformarsi in una certezza e una persona non può essere giudicata esclusivamente sulla base di ciò che un algoritmo ritiene possibile. Per questo servono trasparenza, proporzionalità, tutela dei dati, controllo umano e responsabilità. Più aumenta la tecnologia, più diventa importante la competenza dell’uomo.
La vita in carcere è sempre più complicata per detenuti e personale penitenziario. L’IA può imprimere un miglioramento decisivo in questo senso e in che modo esattamente?
La vita penitenziaria è complessa e lo è sia per le persone detenute sia per il personale che vi opera. Prima ancora di parlare di intelligenza artificiale, dobbiamo ricordare la complessità delle funzioni svolte dalla Polizia penitenziaria e, più in generale, da tutte le professionalità che operano nel sistema.
Non si tratta soltanto di garantire la custodia. Gli operatori devono assicurare la sicurezza degli istituti, gestire emergenze ed eventi critici, occuparsi della vigilanza e delle movimentazioni, prevenire e contrastare situazioni di rischio e, nello stesso tempo, collaborare alle attività trattamentali e rieducative. A queste funzioni si affiancano quelle degli operatori sanitari, psicologici, educativi e delle altre figure professionali coinvolte nel percorso della persona detenuta.
Spesso tutto questo avviene lavorando sull’emergenza, un po’ come in un pronto soccorso: bisogna continuamente intervenire sulle situazioni che si presentano e questo lascia meno tempo e risorse per la pianificazione, l’analisi e la prevenzione.
È proprio qui che l’innovazione può dare un contributo importante. Digitalizzare i processi, ridurre il ricorso alla carta, semplificare la registrazione delle movimentazioni e integrare le informazioni può alleggerire il carico di lavoro e restituire tempo e capacità operativa agli operatori. L’intelligenza artificiale potrebbe inoltre essere integrata, progressivamente e nel rispetto delle necessarie garanzie, negli applicativi già in uso, potenziandone le capacità di analisi e supportando la pianificazione strategica. Questo potrebbe contribuire non soltanto all’efficientamento della sicurezza, ma anche alla gestione e alla programmazione delle attività trattamentali e rieducative.
Penso, ad esempio, alla possibilità di mettere a disposizione delle diverse professionalità una lettura più integrata delle informazioni utili alla gestione della persona detenuta e del percorso trattamentale, sempre lasciando alla valutazione professionale il compito di interpretare il dato e assumere le decisioni.
In questo senso, l’innovazione può diventare una risorsa per l’intero sistema penitenziario: per la sicurezza, ma anche per il trattamento e la rieducazione.
L’obiettivo non è creare un carcere semplicemente più tecnologico. È costruire un sistema nel quale la tecnologia e l’intelligenza artificiale siano strumenti al servizio dei professionisti, permettendo loro di lavorare meglio, analizzare meglio e pianificare meglio.
Questa nuova possibilità di approccio alla sicurezza parte da un presupposto, immaginiamo, cioè un bagaglio di dati rispetto alle situazioni oggetto poi di analisi da parte dell’IA. Questi dati sono già disponibili e sono sufficienti?
Da questo punto di vista, la Polizia penitenziaria dispone già di un patrimonio informativo enorme. Potremmo dire che siamo seduti su una vera e propria “miniera d’oro” di dati, molti dei quali hanno un’importanza fondamentale per la sicurezza nazionale e, in determinati ambiti, anche internazionale.
Il carcere è un contesto particolarmente significativo sotto questo profilo: è un vero e proprio “teatro” nel quale possono incontrarsi persone, relazioni e dinamiche differenti, comprese quelle riconducibili a fenomeni criminali organizzati. Questo rende il patrimonio informativo che si sviluppa all’interno del sistema penitenziario particolarmente rilevante anche sotto il profilo dell’intelligence.
Disponiamo inoltre di professionalità specializzate che svolgono attività di grande rilevanza sul piano informativo e investigativo, come il GOM, impegnato nella gestione dei detenuti sottoposti al regime del 41-bis, e il NIC, il Nucleo Investigativo Centrale, che svolge importanti attività investigative e informative, anche nel contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo.
Quindi non partiamo affatto da una carenza di dati. La vera sfida è riuscire a valorizzare pienamente questo patrimonio: i dati devono essere disponibili nel formato corretto, aggiornati, affidabili e, soprattutto, integrabili tra loro.
Attualmente esiste ancora una significativa frammentazione delle informazioni e, in alcuni ambiti, un livello di informatizzazione che deve essere adeguato e potenziato rispetto alle reali necessità operative. Per questo, prima di parlare di intelligenza artificiale, dobbiamo investire nell’infrastruttura informatica, nella digitalizzazione dei processi e nella qualità del dato.
La sequenza, a mio avviso, deve essere chiara: informatizzare, digitalizzare, integrare i dati, sviluppare la capacità di analisi e, successivamente, utilizzare anche l’intelligenza artificiale per potenziare questa capacità. In altre parole, il dato da solo non produce sicurezza: deve diventare conoscenza. E la vera sfida è trasformare questo enorme patrimonio informativo in uno strumento concreto di intelligence, prevenzione e supporto alle decisioni.
Tornando al concetto di sicurezza generale, l’aumento della tecnologia e della sua applicazione che effetti avrà sulla privacy dei cittadini?
È una delle questioni centrali. Più aumenta la capacità tecnologica di raccogliere, collegare e analizzare informazioni, maggiore deve essere l’attenzione alla tutela della privacy e dei diritti fondamentali.
Non possiamo pensare che tutto ciò che è tecnicamente possibile debba essere automaticamente utilizzato. Ogni trattamento dei dati deve avere una finalità legittima, essere proporzionato allo scopo e avvenire nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.
La tecnologia deve aumentare la capacità di sicurezza, non ridurre lo spazio dei diritti.
Per questo ritengo che innovazione e garanzie non siano necessariamente in conflitto. La vera sfida è costruire sistemi nei quali sicurezza, tutela dei dati, trasparenza e controllo umano possano convivere.
Rimanendo sul tema della domanda precedente, la questione è da chi e come saranno gestite le informazioni connesse alla sicurezza, a fronte anche del potere sempre più rilevante delle grandi compagnie private?
Questa è una delle grandi questioni che accompagneranno la trasformazione digitale della sicurezza. Il dato non è una semplice informazione tecnica: quando riguarda persone, sicurezza e giustizia, diventa una risorsa estremamente delicata e strategica.
Per questo ritengo fondamentale che siano chiaramente definiti chi può raccogliere i dati, per quali finalità, chi può accedervi, per quanto tempo possono essere conservati e con quali responsabilità possono essere utilizzati.
Il ricorso a soggetti privati e a tecnologie sviluppate da grandi aziende può essere necessario, perché molte delle competenze e delle infrastrutture tecnologiche più avanzate sono oggi disponibili nel settore privato. Ma questo non significa delegare a soggetti privati le decisioni sulla sicurezza o perdere il controllo pubblico sulle informazioni. La tecnologia può essere acquistata, sviluppata o fornita da un’impresa; la responsabilità della decisione e la governance dei dati che riguardano la sicurezza pubblica devono però rimanere saldamente ancorate alle istituzioni.
Anche in questo caso, quindi, la questione non è essere favorevoli o contrari alla tecnologia. È stabilire regole chiare, responsabilità precise e un controllo effettivo sul modo in cui viene utilizzata.