Un secolo con le mani nel legno: la Falegnameria Allemano festeggia 100 anni
CERRINA MONFERRATO – In una parte della falegnameria Allemano sono ancora conservate le ruote dei carri agricoli costruite un secolo fa. Poco più in là oggi lavora un moderno centro robotizzato. Tra questi due estremi ci sono cento anni di storia, tre generazioni della stessa famiglia e un mestiere che ha attraversato enormi trasformazioni senza abbandonare la sua materia prima: il legno. La falegnameria Allemano di Cerrina Monferrato ha festeggiato nel 2026 il secolo di attività. Un anniversario diventato l’occasione non soltanto per celebrare un’impresa del territorio, ma anche per raccontare come è cambiato il lavoro dell’artigiano e interrogarsi sul futuro di una professione per la quale oggi è sempre più difficile trovare nuove leve.
La storia comincia nel 1926 con Adolfo Allemano, classe 1899. Tornato a Cerrina dopo essere stato chiamato alle armi giovanissimo, insieme al fratello Anacleto aprì proprio nello stesso luogo il primo laboratorio. Allora c’era soltanto un piccolo edificio circondato dalle vigne. Si costruivano mobili, finestre, porte ma anche carri agricoli. Alcune delle ruote realizzate all’epoca sono ancora conservate nella falegnameria.
Da allora lavoro e famiglia sono cresciuti praticamente insieme. Nel 1930 nacque Carlo, padre dell’attuale titolare Rodolfo Allemano, che entrò molto giovane nell’attività. Con lui la produzione si orientò sempre più verso mobili, serramenti e arredamenti. Rodolfo ricorda il padre anche per la sua vena artistica, per la passione per la scultura e la tornitura e per una particolare sensibilità verso il lato estetico del lavoro. Rodolfo è cresciuto a sua volta dentro quel laboratorio, prima giocandoci da bambino e poi imparando il mestiere. La morte prematura del padre, quando aveva appena 11 anni, segnò uno dei momenti più difficili della storia familiare. A portare avanti la falegnameria furono il nonno Adolfo e la madre Rosanna, sostenuti dagli altri componenti della famiglia.
Dopo gli studi e la formazione arrivò per Rodolfo il momento di assumersi direttamente la responsabilità dell’attività. “A 18 anni e un giorno sono diventato il titolare”, racconta. Una storia che, però, non è stata costruita soltanto dalla famiglia Allemano. Nel corso dei decenni sono passati dalla falegnameria numerosi lavoratori che, nel ricordo di Rodolfo, hanno finito per diventare parte della famiglia stessa. Tra questi c’è Giovanni Ario, entrato quando aveva appena 12 anni e rimasto per 66 anni, attraversando tutte e tre le generazioni dell’impresa. Dopo la morte del padre di Rodolfo fu anche una figura fondamentale nella sua formazione, quasi un secondo padre. Durante la festa per il centenario sono stati ricordati e premiati anche altri collaboratori che hanno accompagnato per decenni la storia dell’attività: Franco Massarotto, Gianni Mazzola, Eugenio Varvelli, Augusto Massa, Claudio Balbo e Fabrizio Carelli.
Se alcuni strumenti del passato sono ancora conservati nel laboratorio, il modo di lavorare è invece profondamente cambiato. Negli anni Rodolfo Allemano ha ampliato gli spazi, raddoppiato il laboratorio e investito in nuovi macchinari, fino all’introduzione di un centro robotizzato. Tradizione, in questo caso, non significa quindi rimanere immobili. Le nuove tecnologie hanno aumentato precisione, qualità delle finiture e sicurezza, ma la scelta di fondo è rimasta la stessa: continuare a lavorare il legno. La falegnameria realizza mobili, arredamenti e serramenti e Rodolfo non nasconde il rapporto particolare che mantiene con questo materiale naturale.
“Siamo un po’ come una sartoria”. Il cliente arriva con un’esigenza, uno spazio da arredare o un oggetto da realizzare e il lavoro nasce da lì. Dimensioni, essenze, finiture e caratteristiche possono essere costruite attorno alla persona e all’ambiente nel quale il prodotto dovrà trovare posto. La tecnologia, secondo Allemano, non ha cancellato questo approccio. Al contrario, i moderni macchinari permettono oggi all’artigiano di raggiungere livelli di precisione impensabili alcuni decenni fa. Resta però qualcosa che non si può ottenere semplicemente acquistando una macchina: l’esperienza necessaria per conoscere il materiale, progettare e sviluppare un gusto estetico.
“Per diventare un falegname finito ci vogliono anni e anni di pazienza”, sottolinea Rodolfo Allemano. Un percorso che in passato passava spesso attraverso la figura dell’apprendista: un ragazzo entrava in bottega, affiancava chi conosceva il mestiere e, lentamente, imparava. Oggi quel meccanismo si è indebolito. Allemano evidenzia la scarsità di percorsi di formazione specifici e la difficoltà di inserire ragazzi molto giovani in un percorso che necessariamente richiede tempo. “Sta purtroppo un po’ scomparendo la figura dell’apprendista”, osserva.
La storia della falegnameria Allemano, però, offre anche un esempio particolare di come quelle conoscenze possano essere trasmesse lontano da Cerrina. Negli ultimi quindici anni, attraverso un progetto sviluppato in Togo dopo l’incontro con don Leon Koffi Anani, alcuni componenti della famiglia hanno contribuito alla crescita di una scuola diocesana ad Agbodrafo, attraverso la Associazione benefica Solagnon. Il progetto è partito proprio da un laboratorio di falegnameria. Ad alcuni giovani è stato insegnato il mestiere e una parte di loro, una volta cresciuta e formata, è diventata a sua volta insegnante delle nuove generazioni. Anche alcuni vecchi macchinari utilizzati a Cerrina hanno trovato lì una nuova vita.
Oggi accanto a Rodolfo c’è la moglie Maria Letizia, il suo braccio destro, mentre la figlia Caterina è cresciuta tra il laboratorio e i cantieri così come era successo alla generazione precedente. Ma il futuro di mestieri come questo non dipende necessariamente dalla continuità di un cognome. Il problema più ampio è riuscire a evitare che competenze accumulate in decenni di lavoro scompaiano quando non c’è più qualcuno al quale trasmetterle.
Per Rodolfo la soddisfazione più grande resta ancora quella di partire da uno spazio vuoto, progettare, disegnare e costruire qualcosa che prima non esisteva. “Partendo da zero, arrivando a vederti una casa finita, è tanta roba”. Tra le vecchie ruote dei carri e le macchine robotizzate di oggi, cento anni dopo, il senso di quel lavoro è ancora lì.