Cronaca - Novi Ligure - Provincia di Alessandria

Ex Ilva, la rabbia dei lavoratori di Novi Ligure: “Vogliamo lavorare, non vivere di cassa integrazione”

NOVI LIGURE (AL) – La rabbia è tanta, la preoccupazione ancora di più. Ma tra i lavoratori dell’ex Ilva di Novi Ligure c’è soprattutto una certezza: non è ancora arrivato il momento di arrendersi. Nonostante le attese, i rinvii e un futuro industriale che appare ogni giorno più incerto, gli operai dello stabilimento novese continuano a chiedere quello che considerano un diritto fondamentale: poter lavorare.

Lo hanno ribadito questa mattina, lunedì 12 ottobre, durante lo sciopero che ha portato davanti ai cancelli della fabbrica lavoratori e rappresentanti sindacali. Una mobilitazione che si è trasformata in un corteo verso il centro cittadino, con il sostegno delle istituzioni locali e un messaggio rivolto direttamente al Governo e ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia: servono decisioni concrete, prima che sia troppo tardi.

In gioco non c’è soltanto il destino dei 550 dipendenti dello stabilimento novese. C’è il futuro di un intero territorio, di centinaia di famiglie e di una tradizione industriale che da oltre un secolo rappresenta una parte fondamentale dell’identità economica e sociale della città.

I primi lavoratori sono arrivati davanti allo stabilimento quando era ancora buio, intorno alle sei, proprio nell’orario in cui avrebbe dovuto cominciare il turno. Questa volta, però, al posto del rumore delle macchine e delle consuete attività produttive, c’erano le voci degli operai, gli striscioni e le discussioni su un futuro che nessuno riesce più a immaginare con serenità.

Poco alla volta il gruppo si è ingrossato. Sono arrivati altri dipendenti, delegati sindacali, il sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere, di Pozzolo Formigaro, Domenico Miloscio, insieme all’assessore regionale Enrico Bussalino e all’onorevole Federico Fornaro.

Sui volti dei lavoratori si leggono stanchezza, amarezza e inquietudine. C’è chi lavora in questo stabilimento da decenni, chi ha costruito la propria famiglia contando sulla sicurezza di un impiego industriale e chi oggi teme di ritrovarsi senza un reddito sufficiente per affrontare le spese quotidiane. La protesta si è svolta in un clima composto, sotto lo sguardo discreto delle forze dell’ordine, ma dietro quella compostezza emerge una tensione crescente. Perché il tempo delle rassicurazioni sembra ormai esaurito e ogni ulteriore rinvio rischia di aggravare una situazione già estremamente difficile.

Alle 10 è cominciata l’assemblea organizzata dalle rappresentanze sindacali di Fim, Fiom e Uilm, all’esterno del piazzale dello stabilimento. La richiesta degli operai non è quella di ottenere sussidi o concessioni temporanee, ma di poter continuare a svolgere il proprio mestiere con dignità. I lavoratori non vogliono rassegnarsi a un futuro fatto esclusivamente di ammortizzatori sociali, né accettare che uno stabilimento ancora in grado di realizzare prodotti di qualità venga progressivamente fermato.

La fabbrica di Novi Ligure, hanno sottolineato i rappresentanti sindacali, conserva competenze, professionalità e capacità produttive che non possono essere disperse. E proprio per questo appare ancora più difficile accettare l’ipotesi di una chiusura. “Questo stabilimento può ancora produrre e il prodotto che esce da qui è di alta qualità. Non accetteremo che venga chiuso”, è stato ribadito.

Il problema, secondo i sindacati, è l’assenza di una prospettiva industriale chiara, mentre i tempi per individuare una soluzione continuano ad allungarsi. Uno dei temi più drammatici emersi durante l’assemblea riguarda il futuro immediato delle famiglie dei lavoratori. Il ricorso generalizzato alla cassa integrazione entro novembre  comporterebbe una drastica riduzione del reddito e, soprattutto, pesanti incertezze sui tempi dei pagamenti. Acciaierie d’Italia si trova infatti in amministrazione straordinaria e, secondo quanto denunciato dai rappresentanti sindacali, potrebbe non essere nelle condizioni di anticipare le somme previste dagli ammortizzatori sociali. In questo scenario, i lavoratori rischierebbero di dover attendere due, tre o addirittura quattro mesi prima di ricevere quanto spettante attraverso l’Inps. Un’eventualità che suscita particolare preoccupazione. “Senza anticipo significa aspettare tre o quattro mesi per avere lo stipendio. Significa arrivare a Natale senza soldi“, è stato l’allarme lanciato durante l’assemblea.

Non si tratta soltanto di una questione burocratica. Per centinaia di famiglie significherebbe affrontare mutui, bollette, spese alimentari e impegni quotidiani senza la certezza di un’entrata economica regolare. I sindacati chiedono quindi garanzie precise anche sui tempi di erogazione della cassa integrazione, perché l’emergenza occupazionale non si trasformi in una crisi sociale. Ma ribadiscono che la vera soluzione non può essere rappresentata dagli ammortizzatori sociali.
“I nostri scioperi servono anche a ottenere stipendi in tempi ragionevoli, ma soprattutto a pretendere risposte sul futuro. Ci accontenteremmo anche di risposte parziali, purché concrete”, è stato spiegato.

All’assemblea hanno partecipato numerosi consiglieri comunali, rappresentanti delle diverse forze politiche cittadine. Una presenza istituzionale ampia, a testimonianza di quanto la vertenza dell’ex Ilva coinvolga l’intera comunità. Particolarmente applaudito è stato l’intervento del primo cittadino di Novi Ligure, che ha ribadito la volontà dell’amministrazione comunale di sostenere i lavoratori e difendere la continuità dello stabilimento. Muliere ha ricordato il legame storico tra la fabbrica e Novi Ligure, sottolineando come il destino dell’ex Ilva non possa essere considerato soltanto una questione aziendale. La possibile perdita di centinaia di posti di lavoro avrebbe infatti ripercussioni profonde sull’economia locale, sulle attività commerciali e sull’intero tessuto sociale. Il sindaco ha inoltre annunciato l’intenzione di promuovere un consiglio comunale aperto interamente dedicato alla vertenza. Un’iniziativa che, pur non potendo risolvere direttamente la crisi industriale, rappresenterebbe un ulteriore segnale di vicinanza della città ai suoi lavoratori. Il prossimo 21 ottobre, intanto, è previsto un tavolo regionale allargato alla Liguria. Il messaggio è chiaro: lo stabilimento può ancora produrre acciaio di qualità e gli operai, e Novi Ligure, non intendono arrendersi.

 

 

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