Autore Redazione
sabato
12 Settembre 2026
05:00
Condividi
Politica - Alessandria

“Le classi per alunni con disabilità sarebbero il fallimento dell’inclusione”

“Le classi per alunni con disabilità sarebbero il fallimento dell’inclusione”

ALESSANDRIA – Riceviamo e pubblichiamo la riflessione dell’assessora alle Politiche Sociali del Comune di Alessandria, Roberta Cazzulo, riguardo la proposta di classi separate per gli studenti con disabilità.

C’è un’insidia sottile che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico sulla scuola: l’idea che, per il “bene” degli alunni con disabilità, sia più efficiente radunarli in classi speciali o percorsi strutturati ad hoc. Una proposta che spesso si ammanta di una retorica rassicurante – quella dell’assistenza mirata, della concentrazione delle risorse e della tutela delle fragilità – ma che, a uno sguardo più attento, rivela il suo vero volto: un pericoloso passo indietro nel cammino dei diritti civili, capace di smantellare cinquant’anni di conquiste pedagogiche e sociali.
L’Italia, che con la storica legge 517 del 1977 ha fatto da apripista nel mondo abolendo le classi differenziali, rischia oggi di scivolare nuovamente in quella logica di separazione che confonde l’assistenza con l’esclusione. Isolare i bambini con disabilità significa lanciare un messaggio devastante: che la loro presenza nel gruppo classe comune sia un elemento di disturbo o, nel migliore dei casi, un lusso che il sistema scolastico non può più permettersi di gestire. I loro diritti non sono una gentile concessione, un di più, ma devono essere garantiti come a qualunque altro cittadino. E la scuola è il primo luogo in cui questa uguaglianza deve attuarsi.

L’ILLUSIONE DELLA SPECIALIZZAZIONE

La tentazione di creare “contenitori dedicati” nasce spesso dalle reali difficoltà in cui versano le nostre scuole: carenza di docenti di sostegno specializzati, barriere architettoniche mai abbattute, ore di assistenza tagliate per ragioni di bilancio. La risposta a un problema strutturale, però, non può essere la resa culturale. Relegare gli alunni in classi differenziate significa trattare la disabilità come una patologia medica da isolare, e non come una condizione umana da includere nella quotidianità. La disabilità è la quotidianità. Ed è proprio nella quotidianità dell’aula che l’inclusione rivela il suo valore universale. Non si tratta di un “favore” concesso al bambino con fragilità. Al contrario, la presenza di abilità e bisogni differenti all’interno dello stesso gruppo classe è un pilastro pedagogico per l’intero corpo studentesco. Educa i bambini alla complessità del mondo reale, stimola l’empatia, la cooperazione e la solidarietà. Una classe che esclude, invece, insegna ai cittadini di domani che chi è diverso va separato.

IL MURO DELLE LEGGI (E DEI DIRITTI UMANI)

Oltre al danno pedagogico, l’ipotesi delle classi ad hoc si scontra frontalmente con il quadro normativo nazionale e internazionale. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che in Italia è legge dello Stato (ratificata con la legge 18/2009), parla chiaro: gli Stati devono garantire un sistema educativo inclusivo a tutti i livelli. La strada da percorrere, dunque, non è quella di creare isole protette ma separate. Al contrario, l’Autorità Garante insiste sulla necessità di applicare «accomodamenti ragionevoli» e di rimuovere con determinazione quegli ostacoli normativi e burocratici che impediscono il pieno esercizio dei diritti fondamentali. Se mancano le risorse, si rivedano i bilanci, ma non si baratti la dignità dei bambini in nome di una presunta ottimizzazione logistica. C’è ancora un profondo lavoro culturale da compiere, un cambiamento di prospettiva che metta al centro il valore intrinseco di ogni studente, come recitava lo slogan di ExpoAid 2026: “Io, persona di valore”. Rinchiudere quel valore dietro la porta di una classe speciale significherebbe decretare il fallimento della scuola pubblica come spazio di democrazia e uguaglianza. E questo, un Paese civile, non può permetterselo.

Condividi