Autore Redazione
martedì
16 Giugno 2026
12:17
Condividi
Tempo Libero - Asti

Solitudine e oltre. Recensione di “Le soleil et la lune” ad Asti Teatro

Ha debuttato al Festival teatrale astigiano la nuova produzione di Casa degli alfieri, scritta da Allegra de Mandato insieme ad Antonio Catalano e interpretata da Emanuele Arrigazzi
Solitudine e oltre. Recensione di “Le soleil et la lune” ad Asti Teatro

ASTI – Ci sono storie che raccontano del presente senza essere in alcun tempo, che parlano di mare, di neve, ma anche di guerra e di catastrofi senza nominarle. Ci sono modi di raccontare che non richiedono parole, ma dicono tutto. “Le soleil et la lune”, scritto da Allegra de Mandato insieme ad Antonio Catalano, è uno spettacolo che viaggia su due piani narrativi, quello del ricordo o dell’immaginazione e quello della realtà immobile, e che si esprime con due linguaggi diversi. Il debutto della nuova produzione di Casa degli alfieri è stato ieri, 15 giugno, nell’ambito del Festival Asti Teatro, che proseguirà sino al 20 giugno, ed è stato applaudito da un pubblico numeroso nel bel cortile di Palazzo Ottolenghi.

In scena, circondato da una scenografia stilizzata e nera (di Agnese Falcarin), Emanuele Arrigazzi, anche regista, è introdotto dalla voce fuori campo di Catalano. L’incipit pare una fiaba post apocalittica, dove il protagonista, un tempo forse un artista e certamente un uomo appagato, si ritrova in un non tempo e non luogo, recluso in solitudine al riparo dalla sofferenza. Al di fuori il sole e la luna, forse nient’altro, in un’atmosfera che parrebbe beckettiana, se non fosse percorsa da una vena di teatro popolare e da un’ironia carnale e tutt’altro che algida.

Otto, questo il suo nome palindromo e perfettamente simmetrico come le sue abitudini ripetute, ha un passato che riemerge a tratti, ma, dopo una catastrofe che si intuisce, appare rifugiato in una routine solitaria sempre identica e in una lingua che diventa “una bolla che lo protegge”. Arrigazzi usa un grammelot che sembra gli sia cucito addosso, come già in “Groppi d’amore nella scuraglia”, e ne fa un linguaggio dell’immaginazione, della rievocazione di immagini e di storie. Nella sua solitudine/prigionia comunica attraverso una radio/televisione “in attesa di messaggi che saranno altro silenzio assordante” e lo fa in modo spettacolare, inventando personaggi e parlando lingue inventate sul modello di altre esistenti.

Foto di Franco Rabino

La sua comunicazione nel nulla è una trasmissione quotidiana, preceduta da un “good morning…come in un vecchio film” (dove pure c’era una catastrofe, quella del Vietnam) e riempita di interventi, sketch, racconti resi vividi da un linguaggio che ammicca a Fo e cita persino Eduardo e la sua tazzina del caffè. I temi ricorrenti sono la guerra, la prevaricazione, lo sfruttamento distruttivo e consapevole del pianeta (“già negli anni venti del 2000 si parlava di collasso degli oceani…”), ma lo stile narrativo rimane ironico, leggero come una fiaba lontana che rievoca sorridendo una realtà vicina e cruda. Passato e presente, satira e tragedia sembrano convergere in parentesi comico-agghiaccianti come quella del bombardiere verso il suo obiettivo, resa con un grammelot americano decisamente significativo.

Dunque un presente immobile e proteso ad una comunicazione sterile, un altro piano narrativo di rievocazione/immaginazione, un linguaggio gutturale di suoni e di accenti diversi, alternato a frasi ripetute come in un gioco infinito, e, improvvisamente, una voce infantile che risponde alla radio e irrompe come la vita. “Le soleil et la lune” è un meccanismo complesso che funziona grazie alla prova attoriale del protagonista, pienamente immerso in una situazione post traumatica e in una strategia di sopravvivenza, ma sempre in equilibrio su un filo di leggerezza stilistica sospeso su un contenuto a tratti tragico. Tutto è immaginato, ma pare estratto dalla realtà e Arrigazzi dà corpo e suono alla solitudine nelle sue pieghe più contorte, alla sorpresa, all’entusiasmo al contatto con Cosmo, un bambino (forse suo figlio) dal nome evocativo di nuovi orizzonti.

E’ un percorso di cura, fatto di desiderio e di timore, di nostalgia della neve e di paura di uscire, un percorso lastricato di dubbi e di immagini poetiche. E poetico sarà il finale, con la stessa voce iniziale che concluderà un ciclo e darà significato ad un’esistenza che dal “qui vivo e vegeto” diverrà lunga e piena. Non è Beckett, l’immobilismo non è una condanna, ma una fase. Piuttosto è una fiaba stratificata e intrisa di umori umani, palpitante di emozioni e forte di un nucleo di contenuti che passano lievi ma inesorabili come tutto, quando visto da una prospettiva ampia, “cosmica” come la voce fuori campo che apre e chiude un cerchio. Il sole e la luna della canzone di Trenet non si uniranno mai, ma possono avvolgere di luce e ombra tante storie e tanti incontri, possono illuminare tanti finali e tante possibilità.

 

Condividi