Redazione9 Luglio 2026
11:46
Studio dell’Università di Pavia e di Padova svela la “storia recente della Sindone”

PAVIA – Una nuova ricerca internazionale coordinata dall’Università di Pavia e dall’Università di Padova apre un nuovo capitolo negli studi sulla Sindone di Torino. Pubblicato oggi sulla rivista Scientific Reports, del gruppo editoriale Nature, lo studio analizza il DNA presente sui frammenti ufficiali del telo prelevati nel 1978, ricostruendo una dettagliata “impronta genetica” delle contaminazioni biologiche accumulate nei secoli e offrendo nuove informazioni sulla storia recente del celebre lenzuolo.
Il lavoro di ricerca è stato realizzato in modo congiunto, tra settembre 2022 e dicembre 2025, dall’Università di Padova (referente: Prof. Gianni Barcaccia) e dall’Università di Pavia (referente: Prof. Alessandro Achilli), con la partecipazione di istituzioni nazionali e internazionali. Al centro dell’indagine ci sono i campioni raccolti nella notte tra l’8 e il 9 ottobre 1978 dal professor Pierluigi Baima Bollone, storico medico legale torinese tra i primi studiosi della Sindone.
La reliquia, da secoli oggetto di dibattito storico, religioso e scientifico, continua infatti a suscitare interesse. Le precedenti analisi al radiocarbonio, eseguite nel 1988 dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, avevano collocato il tessuto tra il 1260 e il 1390 d.C., una datazione compatibile con le prime testimonianze storiche documentate della Sindone.
Una mappa genetica delle tracce lasciate nei secoli
I ricercatori hanno applicato tecniche di sequenziamento del DNA e analisi metagenomiche ai residui organici presenti sui frammenti conservati dal 1978. Il risultato è una vera e propria mappatura delle tracce biologiche depositate sul tessuto nel corso della sua storia.
L’analisi ha evidenziato una situazione estremamente complessa, caratterizzata da contaminazioni ambientali, materiali biologici di diversa provenienza e numerose interazioni umane accumulate nel tempo. Secondo gli autori, i dati documentano la presenza di lignaggi genetici compatibili con popolazioni dell’Eurasia occidentale e dell’area mediterranea, insieme a numerosi contaminanti provenienti dall’ambiente circostante.
L’Università di Pavia: “Prelievi del 1978 non effettuati in condizioni sterili”
Uno degli aspetti più significativi dello studio riguarda proprio i campioni raccolti nel 1978. Il gruppo dell’Università di Pavia, che ha effettuato l’estrazione del DNA nel laboratorio dedicato al DNA antico, è riuscito a ottenere sequenze genomiche da sette frammenti, nonostante la scarsissima quantità e qualità del materiale disponibile.
Il professor Alessandro Achilli spiega che la linea genetica predominante individuata corrisponde esattamente al DNA mitocondriale dello stesso professor Pierluigi Baima Bollone, autore del prelievo dei campioni. Una circostanza che, insieme all’identificazione di cheratine e altre proteine della pelle, suggerisce che il materiale sia stato contaminato durante il campionamento, probabilmente perché eseguito senza guanti o comunque senza le attuali procedure di sterilità.
Secondo il professor Antonio Torroni, questa contaminazione ha inevitabilmente coperto molte delle tracce genetiche più antiche. Tuttavia sono stati comunque identificati altri profili umani, tra cui uno diffuso nell’Eurasia occidentale e un altro maggiormente rappresentato in Medio Oriente, in particolare nella popolazione drusa. Gli studiosi precisano però che tali profili non possono essere datati e quindi non consentono di attribuire una precisa epoca alle contaminazioni.
Nuovi indizi anche sulle riparazioni del telo
La ricerca affronta anche il tema delle riparazioni storiche della Sindone. Le nuove analisi radiocarboniche eseguite su due fili provenienti dal reliquiario collocano questi materiali tra il 1451 e il 1799, un periodo compatibile con gli interventi di restauro successivi all’incendio della Sainte-Chapelle di Chambéry del 1532, durante il quale il telo subì danni significativi. A sostegno di questa ipotesi, i ricercatori hanno individuato proteine tipiche della seta, materiale che potrebbe essere stato utilizzato proprio durante le operazioni di riparazione.
Batteri, funghi, piante e animali raccontano la storia delle contaminazioni
Le analisi condotte dall’Università di Padova hanno ricostruito il microbioma presente sui campioni. Il professor Andrea Squartini riferisce di aver individuato un ricco insieme di microrganismi tipici della pelle umana, oltre a batteri, archei e funghi riconducibili anche ad ambienti salini. Ancora più sorprendente il quadro delle contaminazioni ambientali emerso dalle analisi del dottor Giovanni Gabelli, che hanno identificato DNA appartenente al corallo rosso del Mediterraneo, oltre a numerose specie vegetali coltivate – tra cui carota, grano, mais, banana e arachide – e ad animali domestici come bovini, suini, polli, cani e gatti. Per il professor Gianni Barcaccia, la composizione della flora e della fauna rilevata risulta compatibile con contaminazioni avvenute in epoca relativamente recente, non prima del Basso Medioevo, e riflette gli scambi biologici che seguirono i grandi viaggi di Marco Polo e Cristoforo Colombo.
Gli autori sottolineano che i risultati non intendono stabilire l’origine della Sindone né sostituire le precedenti indagini storiche, forensi e radiometriche. Il DNA analizzato rappresenta infatti la sovrapposizione di tracce biologiche accumulate nel corso dei secoli e deve essere interpretato con prudenza. Lo studio offre quindi soprattutto una nuova prospettiva sulla conservazione del reperto e sulle numerose contaminazioni che ha subito nel tempo, contribuendo ad arricchire il patrimonio di conoscenze scientifiche su uno dei manufatti più studiati e discussi al mondo.
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