Autore Redazione
giovedì
24 Settembre 2026
14:53
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Cronaca - Lombardia - Pavia

Parkinson avanzato, studio lombardo porta nuovi dati sulla terapia con foslevodopa/foscarbidopa

Parkinson avanzato, studio lombardo porta nuovi dati sulla terapia con foslevodopa/foscarbidopa

LOMBARDIA –  Migliorare il controllo dei sintomi motori nella malattia di Parkinson avanzata senza perdere di vista la sicurezza del paziente e gli effetti che il trattamento può avere sul piano cognitivo e neuropsichiatrico. È su questo delicato equilibrio che si concentra uno studio congiunto della Fondazione Mondino IRCCS di Pavia e del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano.

La ricerca ha preso in esame l’impiego nella pratica clinica della foslevodopa/foscarbidopa, terapia somministrata attraverso un’infusione sottocutanea continua. I risultati indicano un miglioramento del quadro motorio e delle fluttuazioni legate alla malattia, ma forniscono anche elementi utili per riconoscere prima dell’avvio del trattamento i pazienti che potrebbero avere una maggiore probabilità di sviluppare alcuni eventi avversi neuropsichiatrici.

Lo studio ha coinvolto 77 persone con Parkinson avanzato, con un’età media di circa 66 anni e una storia di malattia della durata media di 14 anni. Una popolazione che, sottolineano i ricercatori, riflette da vicino la complessità dei pazienti incontrati ogni giorno negli ambulatori: quasi la metà presentava già un certo grado di compromissione cognitiva, il 26% aveva avuto in precedenza allucinazioni o episodi psicotici e il 27% manifestava disturbi del controllo degli impulsi.

Proprio questa eterogeneità rappresenta uno degli aspetti più significativi della ricerca. Nella pratica quotidiana, infatti, la gestione del Parkinson avanzato riguarda frequentemente persone con quadri clinici complessi, nei quali ai disturbi del movimento si affiancano problemi cognitivi, comportamentali e neuropsichiatrici.

Dopo l’introduzione dell’infusione continua di foslevodopa/foscarbidopa, i ricercatori hanno osservato un miglioramento significativo dei sintomi motori e delle fluttuazioni. Parallelamente, nel 22% dei pazienti sono comparsi nuovi eventi avversi di carattere neuropsichiatrico, soprattutto allucinazioni e psicosi.

Il tempo mediano di insorgenza è stato di 30 giorni dall’inizio della terapia. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, questi problemi sono risultati gestibili intervenendo sulla modalità di somministrazione del farmaco e, quando necessario, ricorrendo a basse dosi di farmaci antipsicotici.

Nell’82% dei pazienti interessati dagli eventi neuropsichiatrici è stata infatti registrata la risoluzione o un miglioramento dei sintomi. Tre persone hanno invece dovuto interrompere il trattamento a causa della severità degli eventi avversi.

Uno dei dati di maggiore interesse emersi dallo studio riguarda la possibilità di individuare in anticipo le persone più vulnerabili. I ricercatori hanno osservato che una ridotta funzionalità esecutiva frontale, valutata prima dell’inizio della terapia attraverso la Frontal Assessment Battery (FAB), è risultata un significativo predittore indipendente della comparsa di eventi avversi neuropsichiatrici.

Il dato apre quindi alla possibilità di utilizzare la valutazione cognitiva non soltanto per descrivere le condizioni del paziente, ma anche come uno degli strumenti a disposizione dello specialista per pianificare in maniera più personalizzata il trattamento e il successivo monitoraggio.

Questi risultati mostrano che la foslevodopa/foscarbidopa rappresenta un’opzione terapeutica efficace anche nel complesso contesto della pratica clinica quotidiana, dove incontriamo pazienti molto diversi da quelli altamente selezionati degli studi registrativi“, spiega Giulia Lazzeri, responsabile dell’Ambulatorio per le Terapie Infusionali del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO di Milano.

Secondo Lazzeri, una valutazione cognitiva iniziale può consentire di personalizzare maggiormente il trattamento e di programmare controlli più attenti nelle persone considerate maggiormente a rischio. L’obiettivo è trovare per ogni paziente il miglior equilibrio possibile tra controllo dei sintomi, sicurezza e qualità della vita.

La ricerca si inserisce in un percorso più ampio verso una medicina sempre più personalizzata anche nel campo delle terapie avanzate per il Parkinson. “Il nostro impegno comprende tutte le terapie avanzate, infusionali e di neuromodulazione“, osserva Ioannis U. Isaias, direttore del Centro Parkinson e Parkinsonismi dell’ASST Gaetano Pini-CTO.

La disponibilità di differenti possibilità terapeutiche, aggiunge Isaias, permette di costruire il percorso di cura tenendo conto delle caratteristiche cliniche, delle fragilità e delle necessità quotidiane della singola persona. La ricerca assume quindi un ruolo fondamentale per comprendere non soltanto quale trattamento proporre, ma anche quando introdurlo e in che modo modificarlo nel corso del tempo sulla base del rapporto tra benefici e rischi.

Particolare attenzione viene dedicata anche alla titolazione della terapia, cioè alla regolazione della quantità di farmaco somministrata attraverso l’infusione continua. I dati raccolti suggeriscono l’utilità di un approccio prudente e adattato al singolo paziente, soprattutto durante le ore notturne.

La riduzione della velocità di infusione durante la notte è risultata, in particolare, una delle strategie utilizzate con maggiore efficacia per controllare allucinazioni e agitazione nei pazienti predisposti.

Per Roberta Zangaglia, direttore facente funzione dell’UOC Parkinson e Disordini del Movimento della Fondazione Mondino IRCCS di Pavia, i risultati rafforzano l’idea di una terapia «sartoriale», costruita sulle necessità della singola persona piuttosto che applicata secondo uno schema uniforme.

Ed è proprio la personalizzazione a rappresentare uno dei fili conduttori dello studio. Il Parkinson avanzato non si esaurisce infatti nei disturbi del movimento: la presenza di sintomi cognitivi, comportamentali o psichiatrici può incidere profondamente sulla quotidianità del paziente e di chi lo assiste, oltre che sulle scelte terapeutiche.

La collaborazione tra i centri di Pavia e Milano mette così in evidenza sia le potenzialità dell’infusione sottocutanea continua di foslevodopa/foscarbidopa sia la necessità di un’attenta selezione e di un monitoraggio individualizzato dei pazienti.

Come sottolinea Antonio Pisani, responsabile del Centro Disordini del Movimento della Fondazione Mondino di Pavia, i risultati richiamano infatti la complessità della cura e la necessità di considerare anche i sintomi non motori, compresi quelli neuropsichiatrici, al momento della scelta terapeutica.

Il messaggio che emerge dalla ricerca è quindi quello di una gestione sempre più personalizzata del Parkinson avanzato: non soltanto controllare le manifestazioni motorie della malattia, ma valutare preventivamente le fragilità cognitive, osservare con particolare attenzione le prime settimane di trattamento e adattare la terapia nel tempo. Un approccio che punta a integrare efficacia e sicurezza con un obiettivo più ampio: prendersi cura della persona nel suo complesso, e non soltanto del singolo sintomo.

(in copertina immagine di repertorio tratta dal sito Unsplash)

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