18 Giugno 2026
11:22
Il mito e la catastrofe. Recensione di “Prometeo decaduto” ad Asti Teatro
ASTI – “Agli elementi succederà l’atomo” e il suo decadimento radioattivo. E’ una profezia che contiene in sé innovazione e distruzione ed è un Prometeo al di fuori del tempo a proferirla. Lui, il titano che vede avanti (e pensa avanti, in quanto portatore di ingegno) è il protagonista di “Prometeo decaduto”, scritto da Chicco Dossi e da lui diretto insieme a Edoardo Barbone, che ne è l’interprete.
Lo spettacolo di ServomutoTeatro è stato presentato ieri 17 giugno al Festival Asti Teatro, presso lo Spazio Kor, al termine di una giornata triste per la scomparsa di Gianluigi Porro, ex direttore del Teatro Alfieri e anima della vita culturale astigiana per quarant’anni. Asti Teatro continua nel suo ricordo e ieri lo ha fatto con un monologo che ha utilizzato il linguaggio della tragedia greca e la sua ambientazione nel tempo degli dèi e degli eroi per rileggere una catastrofe di quarant’anni fa. Ad essere ripercorso attraverso il mito di Prometeo è il disastro di Chernobyl, mai citato, ma chiaramente leggibile in particolari ben impressi nella memoria collettiva come il numero 4 del reattore esploso e la spaventosa pioggia di polvere di grafite in fiamme.

Foto di Franco Rabino
Sulla scena (di Alice Vanini ) un altare ottagonale in parte distrutto. La sua struttura, decorata da lesene sormontate da capitelli ionici, è antica e tecnologica al contempo, perché rappresenta il cuore della centrale nucleare, all’interno del quale, per arginare l’incendio, furono sacrificate tante vite. Prometeo/Barbone si muove in uno spazio atemporale, in una Scizia mitica, è un personaggio estremo da tragedia greca, impersona la ribellione e “il patto con la verità”. Come il Prometeo (incatenato) di Eschilo, dialoga con dèi ed eroi, in un monologo a più voci, e racconta una storia ambientata nella notte dei tempi, senza alcuna contestualizzazione moderna né impostazione cronachistica, eppure riconoscibile, almeno per chi ricorda quel 1986.
Il mito viene adattato, reinventato nei dialoghi con Agamennone, Efesto, Ermes, Ione, Eracle. Nella rilettura di Dossi e Barbone, Prometeo dona a Zeus il potere e l’energia dell’atomo, dono che il signore dell’Olimpo trasforma in vanto, ovvero in arroganza e strumento di tirannide (“Gli dei non tolleravano che fosse posto un limite a quello che volevano”). E’ con la fatica fisica di chi fu mandato poco più che a mani nude ad arginare una catastrofe e con le parole di “chi conosce l’energia” che il titano racconta del famigerato test nucleare da cui scaturì l’esplosione, degli errori di progettazione e del conflitto tra autorità centrale e individuo. Il benessere collettivo a discapito dei singoli, la natura piegata oltre il suo limite, l’arroganza del potere sono temi da dramma antico. Qui si celebrano su un altare diroccato, dal quale gli effluvi del sacrificio dell’atomo dovevano elevarsi sino all’Olimpo.
“Il patto con la verità” di Prometeo si consuma nello svelare alla specie umana il vero volto di Zeus, identificato con un potere centrale ottuso, autocelebrativo e incurante delle singole vite. Il Titano subirà la sua tortura incatenato ad una rupe, ma poiché ci sono più versioni del mito classico, così anche il finale di “Prometeo decaduto” lascia una possibilità di riscatto agli uomini, forse finalmente liberi dall’oppressione degli dèi (“Senza più l’uomo a temere la morte gli dèi appassirono”). Qui è facile ritrovare lo stesso Prometeo di Pavese che si ribella a Zeus e che della ribellione diventa il simbolo, perché “quando i mortali non ne avranno più paura, gli dèi spariranno”.
Sono riflessioni profonde quelle del “Prometeo decaduto” e sono squarci inquietanti di un passato recente e di una paura sempre latente. I canoni della tragedia classica ingabbiano una drammaticità che segue regole precise e viene interiorizzata man mano sempre più profondamente. Quella di Barbone è una prova attoriale viscerale e corporea, eppure contenuta entro quei limiti di tono e di gesto che consentono l’empatia e la comprensione interiore. Il suo è un Prometeo consapevole, straziato e indignato, un titano moderno ed antico, dolente eppure lucido e inflessibile. Prometeo sa vedere avanti e mostra la strada per farlo: ripercorrere ciò che già è accaduto, affondare nel passato sia recente che ancestrale, perché “i mostri non muoiono” (dai “Dialoghi con Leucò”), ma può morire la paura che incutono.