Autore Redazione
giovedì
7 Maggio 2026
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Cronaca - Pavia - Provincia di Pavia

Cattura Provenzano, il racconto del Prefetto Renato Cortese: “Così finì la latitanza del boss”

Cattura Provenzano, il racconto del Prefetto Renato Cortese: “Così finì la latitanza del boss”

PAVIA – Ci sono giornate che diventano simboli nella storia della lotta alla mafia. Per l’Italia una di queste è l’11 aprile 2006, il giorno della cattura di Bernardo Provenzano dopo 43 anni di latitanza. A raccontare quel momento, vent’anni dopo, è stato il Prefetto Renato Cortese, protagonista di quell’operazione, ospite della Questura di Pavia nell’ambito del “Laboratorio sulle Mafie”.

L’iniziativa ha trasformato la lotta alla criminalità organizzata in una testimonianza diretta rivolta agli studenti degli istituti Cairoli, Volta, Copernico, Cardano e Maria Ausiliatrice. Non una semplice lezione teorica, ma un confronto vivo con chi ha guidato una delle indagini più importanti della storia italiana.

All’epoca giovane funzionario della Polizia di Stato e capo della sezione “Catturandi” della Questura di Palermo, Cortese coordinò il lavoro investigativo che portò all’arresto del boss corleonese nel casolare di Montagna dei Cavalli, nelle campagne siciliane. Un risultato costruito attraverso anni di pedinamenti, analisi e intercettazioni, seguendo il sistema di comunicazione fatto di “pizzini” con cui Provenzano continuava a gestire Cosa Nostra.

“Senza memoria non c’è futuro” ha dichiarato il Questore di Pavia, Michele Di Clemente.Portare la testimonianza del Prefetto Cortese davanti ai ragazzi significa mostrare loro che la legalità non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana di coraggio”.

Durante l’incontro, condotto dai giornalisti Laura Piva di Mediaset e Alessio Ribaudo del Corriere della Sera, Cortese ha ripercorso la sua storia personale e professionale. La scelta di entrare in Polizia, ha raccontato, nacque osservando sin da bambino le ingiustizie e l’arroganza mafiosa nel suo paese d’origine. “Sentivo il bisogno di stare dalla parte dello Stato”, ha spiegato agli studenti.

Il Prefetto ha poi svelato i retroscena dell’indagine che portò alla cattura di Provenzano: dai primi pizzini scoperti nascosti nell’orlo dei pantaloni di un detenuto, fino alle tecnologie utilizzate per seguire la rete dei corrieri e monitorare i livelli di consegna dei messaggi.

Il racconto si è concentrato soprattutto sull’11 aprile 2006. Cortese ha descritto l’attesa nel gabbiotto di osservazione vicino al casolare, l’attenzione ai minimi dettagli – persino un filo d’erba che nascondeva l’obiettivo di una telecamera – e il momento decisivo, quando una mano comparve sulla porta per ritirare la spesa. Fu il segnale che confermò la presenza del boss.

Quando sono entrato in quel casolare è stato come se lo conoscessi da sempre”, ha ricordato il Prefetto. Per anni gli investigatori avevano ricostruito ogni abitudine del latitante, dalle cure mediche alle passioni personali, pur senza avere una sua immagine aggiornata dal 1963.

Nel suo intervento Cortese ha anche ricordato il clima di terrore seguito alle stragi mafiose del 1992 e il sacrificio dei colleghi uccisi nella lotta a Cosa Nostra. La cattura di Provenzano, ha sottolineato, rappresentò non solo la fine della latitanza del “capo dei capi”, ma anche l’inizio di un percorso di liberazione collettiva. Un percorso che oggi passa attraverso i giovani e la diffusione della cultura della legalità.

L’evento, nato dalla collaborazione tra la Questura di Pavia e gli istituti scolastici coinvolti, ha confermato il ruolo della Polizia di Stato anche come presidio culturale e formativo. L’aula magna della Questura si è trasformata così in uno spazio di confronto e cittadinanza attiva, dove la memoria delle battaglie contro la mafia diventa strumento per costruire il futuro.

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