Autore Redazione
sabato
24 Ottobre 2026
05:30
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Cronaca - Provincia di Alessandria

Agricoltura in crisi, Fontefrancesco: “Non chiediamo ai contadini di cambiare mestiere”

Agricoltura in crisi, Fontefrancesco: “Non chiediamo ai contadini di cambiare mestiere”

PROVINCIA DI ALESSANDRIA – Quale futuro attende l’agricoltura del Monferrato e della provincia di Alessandria? È una domanda che riguarda centinaia di aziende, soprattutto familiari, alle prese con costi di produzione crescenti, margini sempre più ridotti e mercati in continua trasformazione. Negli ultimi venti o trent’anni il settore ha attraversato cambiamenti radicali: dalla progressiva scomparsa della coltivazione della barbabietola da zucchero alle difficoltà della cerealicoltura, passando per le oscillazioni del mercato vitivinicolo e il rallentamento della redditività del nocciolo.

Di fronte a queste difficoltà, la soluzione indicata con maggiore frequenza è quella della multifunzionalità agricola: affiancare alla coltivazione della terra attività di vendita diretta, commercio elettronico, turismo, accoglienza e ristorazione. Ma questa trasformazione è davvero alla portata di tutti?

A interrogarsi sul tema è Michele Filippo Fontefrancesco, professore associato di antropologia culturale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, autore del volume Rural Affective Economies e del saggio Moving Away from Rural Marginality Through Food, pubblicato nel manuale internazionale The Palgrave Handbook of Globalization and Social Problems di Springer Nature.

Secondo il docente, le difficoltà attuali sono il risultato di trasformazioni economiche e strutturali che si sono accumulate nel tempo.
“Chi fa agricoltura in Monferrato ha vissuto in prima persona la chiusura di filiere storiche che un tempo davano certezze e reddito, come lo zuccherificio di Casei Gerola per la barbabietola, ma anche una forbice sempre più stretta tra costi vivi di produzione e prezzi all’ingrosso dei cereali”, spiega Fontefrancesco.

Anche le colture che negli anni hanno rappresentato una possibilità di rilancio, come il nocciolo e la vite, devono oggi confrontarsi con mercati più complessi e una redditività meno favorevole rispetto alle aspettative iniziali.

A soffrire maggiormente sono le piccole e medie aziende agricole, che caratterizzano buona parte del paesaggio collinare alessandrino e che faticano a sostenersi attraverso la sola vendita dei prodotti.
“È una situazione delicata, che non va liquidata con facili ricette, ma compresa a fondo nelle sue ragioni quotidiane”, sottolinea il professore.Il punto centrale della riflessione riguarda proprio il modello di agricoltura che si sta cercando di costruire. Se per sopravvivere un’azienda deve necessariamente trasformarsi in agriturismo, ristorante o attività commerciale, secondo Fontefrancesco occorre riconoscere una contraddizione di fondo.
“L’agricoltura in senso proprio è produzione primaria: è seminare, curare le piante, governare gli animali, raccogliere. Se a livello internazionale e nazionale diciamo che un’azienda agricola può stare in piedi solo se si inventa a fare ristorazione, ospitalità, vendita al dettaglio o contenuti per il web, non stiamo dando una soluzione al problema agricolo: stiamo semplicemente certificando che il settore primario, da solo, non riesce più a remunerare il lavoro della terra”.

La multifunzionalità, dunque, può rappresentare un’opportunità, ma non deve diventare un obbligo. Soprattutto in un territorio dove molte aziende sono condotte da agricoltori non più giovani, spesso privi delle risorse economiche e delle competenze necessarie per avviare nuove attività.
“Chiedere a un coltivatore di sessant’anni di reinventarsi commerciante o albergatore dall’oggi al domani non è una strategia realistica: è scaricare sull’anello più debole della catena un peso che non può reggere da solo”, avverte Fontefrancesco.
Questo non significa rinunciare all’innovazione. Al contrario, gli studi del docente evidenziano diverse esperienze capaci di migliorare la redditività delle aziende attraverso l’accorciamento della filiera e il rapporto diretto tra produttori e consumatori.

Tra le possibilità figurano i mercati contadini, le piattaforme cooperative per la vendita online, gli accordi di adozione di piante o filari, attraverso i quali i consumatori anticipano parte delle spese di coltivazione, e le collaborazioni con ristoranti e cuochi del territorio.
“Queste formule funzionano e creano valore, ma devono essere intese come strumenti a disposizione, opzioni che si possono affiancare al lavoro dei campi per chi ha le energie o le condizioni per farlo”, precisa l’antropologo.
La questione, quindi, non è stabilire un unico modello valido per tutte le imprese, ma offrire strumenti differenti, rispettando le caratteristiche e le possibilità di ciascuna realtà.

Per Fontefrancesco, la responsabilità del cambiamento non può essere lasciata esclusivamente agli agricoltori. Serve invece una risposta collettiva che coinvolga istituzioni, Comuni, associazioni di categoria e mondo della formazione.
“Dobbiamo assumerci una responsabilità collettiva come territorio e come sistema-paese”, afferma il docente, indicando la necessità di creare piattaforme logistiche e commerciali condivise, servizi comuni di promozione e percorsi formativi capaci di accompagnare le nuove generazioni.
L’obiettivo è evitare che le aziende più piccole, quelle isolate o maggiormente esposte alle difficoltà del ricambio generazionale vengano progressivamente escluse dal mercato.

Il tema riguarda anche il futuro sociale ed economico del Monferrato. La perdita delle aziende agricole, infatti, non comporterebbe soltanto una riduzione della capacità produttiva, ma inciderebbe anche sulla continuità delle attività che contribuiscono a mantenere vivo il territorio rurale.
Per questo, secondo Fontefrancesco, occorre tornare a riconoscere il valore economico del lavoro agricolo, senza considerare inevitabile la sua trasformazione in un’attività legata prevalentemente ai servizi.
“Il futuro dell’agricoltura in Monferrato non si costruisce pretendendo che i contadini smettano di fare i contadini per diventare altro, ma creando un sistema territoriale solido, capace di sostenere chi produce, di valorizzare la terra per quello che vale e di rendere questo mestiere sostenibile, dignitoso e attrattivo anche per i giovani che vorranno portarlo avanti domani”.
Una riflessione che pone al centro una questione decisiva per il territorio alessandrino: non soltanto come aiutare le aziende agricole a diversificare le proprie attività, ma soprattutto come permettere a chi coltiva la terra di continuare a vivere del proprio lavoro.

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