venerdì
17 Aprile 2026
06:19
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Fontefrancesco: “Cambiare il codice doganale in questo modo non salverà il Made in Italy”
ITALIA – In questi giorni, anche nei Consigli comunali della nostra provincia, sta circolando un ordine del giorno che sprona l’ANCI a fare lobby per richiedere una revisione sostanziale del Codice doganale europeo. L’oggetto del contendere è il principio normativo che permette di identificare l’origine di un prodotto sulla base del suo ultimo luogo di trasformazione. Il tema non è banale e per questo Michele Fontefrancesco, professore associato di antropologia culturale dell’Università Cattolica, invita a non sottovalutare la questione e a ragionare con attenzione al concetto del Made in Italy.
Fontefrancesco infatti spiega cosa potrà accadere in modo conreto: “Se un diamante mi arriva da Anversa o un lingotto d’oro arriva dalla Svizzera, ma vengono trasformati in Valenza quello sarà un gioiello Made in Italy; mi permetto: un gioiello made in Valenza. Lo stesso meccanismo regola il settore agroalimentare: l’importazione di materie prime dall’estero e la loro successiva trasformazione in Italia consentono di immettere sul mercato mondiale pasta, salumi, prodotti da forno e molto altro fregiandosi del nostro tricolore”.
Tra filiere globali e trasparenza
Già da qualche anno l’industria alimentare ha avviato importanti campagne di valorizzazione dei prodotti realizzati interamente con materie prime nazionali. Pensate alle scatole azzurrine di una nota industria di pasta emiliana. Tuttavia, non possiamo ignorare la realtà dei fatti: moltissimi dei beni che oggi vendiamo ed esportiamo come Made in Italy sono l’esito fisiologico di catene del valore globali, di cui solo l’ultimo — seppur fondamentale — passaggio avviene nel nostro Paese. Per mantenere i volumi di produzione industriale, ma anche per rispondere alle emergenze economiche e sanitarie che hanno caratterizzato il nostro recente passato, le aziende manifatturiere si approvvigionano di materie prime dall’estero. Questa è una necessità che rappresenta una risorsa fondamentale per la nostra capacità produttiva, così come per il nostro export.
L’ordine del giorno promosso nei Comuni risponde sicuramente a un’esigenza sacrosanta: garantire maggiore trasparenza al consumatore. Ma la politica deve porsi una domanda pragmatica. Basta semplicemente sovvertire un principio in essere per garantire più competitività al Sistema Paese? Oppure l’abolizione di questa regola doganale rischia, di fatto, di azzoppare ulteriormente un’economia manifatturiera già fragile come la nostra?
È indubbio che l’Italia debba trovare la forza di rafforzare il prestigio del proprio brand nel mondo. Tuttavia, la strada migliore non è quella di scardinare regolamenti che tengono in vita i nostri comparti industriali. Al contrario, l’energia andrebbe investita in un serio rilancio dei marchi di identificazione geografica. Una tutela che deve essere potenziata non solo nel campo alimentare, ma anche — e con altrettanto vigore — nelle produzioni extra-alimentari di eccellenza. In questo senso, azioni intraprese anche dal basso, come nel caso delle DeCio che stanno ripopolando il nostro orizzonte quotidiano, anche qui in Alessandria, creando nuovi standard ideali di qualità che parlano di territorio e vogliono certificare e garantire filiere corte, è forse la via più seria da percorrere.
La specificità italiana, in fondo, non è solo una questione di confini agricoli. Nasce certamente dal suolo di questo Paese, ma prende vita altrove. Sono le teste, gli occhi e le intuizioni delle persone che vivono i nostri territori a fare la vera differenza; sono le mani intelligenti dei nostri artigiani. È l’intelligenza delle nostre comunità che, da secoli, sa trasformare una materia prima anonima in pura bellezza. È questa storia quella che dovremmo maggiormente tutelare.